Stessa strategia ma con toni diversi. L’Europa crede ancora nella via negoziale per trovare un accordo con Donald Trump, atteggiamento che ha evitato un nuovo tonfo delle borse, caute in attesa di novità. Nemmeno la lettera inviata sabato dal presidente americano, che ha scosso l’Ue con dazi al 30% dall’1 agosto, ha fatto cambiare idea alla presidente Ursula von der Leyen.
Bruxelles continua a godere dell’appoggio degli Stati membri, ribadito il 14 luglio dai 27 ministri al Commercio. Compreso quello della Francia, che per prima aveva invocato lo strumento anti-coercizione, l'arma più potente perché permette di escludere le big tech dal mercato europeo.
Le differenze tra i governi sta proprio nei toni. «Per alcuni Stati la Commissione deve essere più chiara con Trump e dire che siamo già pronti, se necessario, a usare tutti gli strumenti a disposizione», spiega una fonte europea. Sul punto Parigi è da sempre la più esplicita, mentre Roma e Berlino sono caute perché più vulnerabili ai dazi.
Che i toni si stiano alzando lo confermano anche le crescenti divisioni nell’Europarlamento, dove socialisti e liberali premono sui popolari, il gruppo di von der Leyen. «Non è il momento per esitazioni o per cercare in modo estenuante il minimo comune denominatore nella nostra risposta», attacca Brando Benifei (Pd), presidente della delegazione per le Relazioni con gli Usa. «Dobbiamo inviare un messaggio forte e unitario: non ci faremo intimidire né dividere da pressioni esterne».
Anche Maros Sefcovic è sembrato meno prudente del solito. Il 14 luglio il commissario al Commercio è tornato a confrontarsi con i suoi omologhi americani e ha definito «inaccettabili» e «ingiustificabili» i dazi di Trump. Per il politico slovacco «con tariffe al 30% sarà quasi impossibile proseguire gli scambi come siamo abituati».
Gli europei in ogni caso continueranno «a negoziare con spirito costruttivo nelle prossime settimane», ma senza accordo «dovremo individuare delle misure di riequilibrio». Parole ripetute la settimana scorsa dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, in un’intervista a Milano Finanza.
Anche su questo punto c’è unanimità di vedute perché i governi vogliono essere pronti in caso di fallimento dei negoziati. Così la Commissione ha incassato l’appoggio sui nuovi contro-dazi, che valgono più di 70 miliardi. Il primo pacchetto da 20 miliardi sarebbe entrato in vigore a mezzanotte, ma è stato rinviato a inizio agosto per non innervosire gli americani.
A Bruxelles sono convinti che dietro lo strappo sui dazi ci sia l’impazienza di Trump, che finora ha concluso solo tre accordi (con Uk, Cina e Vietnam) al posto dei cento promessi. Con l’Ue le possibilità di un’intesa, quantomeno di principio, erano aumentate dopo che la Commissione aveva accettato dazi al 10% in cambio di concessioni in settori strategici come l’acciaio e l’auto. Tutto sembrava procedere per il meglio, poi però gli americani hanno minacciando tariffe al 17% sull’agricoltura e le medicine europee.
La Commissione ha accelerato sui contro-dazi proprio per cautelarsi contro l’imprevedibilità di Trump. Il 14 luglio il presidente Usa ha cambiato atteggiamento anche con Vladimir Putin, a cui ha chiesto un accordo di pace con l’Ucraina entro 50 giorni se vorrà evitare sanzioni severe. La strategia di Bruxelles passa poi dalle nuove intese commerciali, come quella con l’Indonesia del weekend, per ridurre il peso degli scambi con gli Usa, che valgono il 13% del totale.
Le prossime partnership dovrebbero essere con Mercosur e Messico, oltre che con la Cina dopo il vertice di fine luglio. «Pechino è un concorrente economico e rivale sistemico», spiega il ministro degli Esteri danese, Lars Løkke Rasmussen, presidente di turno dell’Ue. «Ma è anche un partner con cui dobbiamo mantenere un rapporto stabile». (riproduzione riservata)