I dazi doganali al 30% imposti dall’amministrazione Trump hanno colto di sorpresa la maggior parte dei governi dell’Unione europea, compreso quello guidato da Giorgia Meloni che sperava in un danno minore.
Le tariffe potrebbero innescare una serie di effetti diretti sulle esportazioni italiane, ma anche indiretti, come l’ulteriore apprezzamento dell’euro, un aumento dell’incertezza dei mercati finanziari e un incremento del costo di molte materie prime, in grado di provocare un danno economico alla produzione pari a 35 miliardi di euro l’anno, secondo una stima dell’Ufficio studi della Cgia.
Ragion per cui l’Italia starebbe facendo grosse pressioni per avviare una negoziazione che segua le orme di quella portata avanti da Keir Starmer che ha permesso al Regno Unito di far scendere i dazi al 10% sulla maggior parte delle merci. Anche per questo la premier ha accolto con favore la posizione della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che dopo la lettera ha ribadito di «preferire una soluzione negoziata».
Nel fine settimana da Palazzo Chigi hanno espresso «pieno sostegno agli sforzi della Commissione Europea» che perseguono l’obiettivo di «un accordo equo che possa rafforzare l’Occidente nel suo complesso». E dopo la nota è arrivato un intervento firmato Giorgia Meloni, in cui la premier sottolinea di essere in «stretto contatto con tutti gli attori impegnati nella trattativa sui dazi» e che «l’Italia farà la sua parte. Come sempre».
All’interno del governo, comunque, c’è una parte che ha reagito con più nervosismo alla decisione di Washington. «Ci troviamo in questa situazione per colpa dell’Euroa, di questa Unione guidata da Ursula von der Leyen a completa trazione tedesca», ha detto a Repubblica il vicesegretario della Lega e sottosegretario al Lavoro, Claudio Durgion.
In colloquio con Il Messaggero, il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha invece parlato della necessità di «rilanciare la domanda interna, oltre che trovare mercati esterni». Il titolare della Farnesina ha dichiarato che: «Potrebbe essere utile allo scopo una nuova politica espansiva della Banca centrale europea che tagli i tassi ma soprattutto proceda all’acquisto di titoli, magari per finanziare programmi di difesa, di politica industriale e la sanità».
Un nuovo quantitative easing, come «alternativa a fare altro debito europeo». Intanto Tajani è in volo verso Washington per una missione in cui incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio e altri esponenti dell’Amministrazione e del Congresso Usa. (riproduzione riservata)