Cosa c’entrano i pinguini con i dazi di Trump? Se ne parla in lungo e in largo online dopo che da un’analisi - nemmeno troppo approfondita - della lista di paesi e territori su cui si è abbattuta la scure del presidente degli Stati Uniti in quello che ha chiamato il suo Liberation Day, emerge che alla fine il tycoon nella foga ha preso di mira anche terre non solo prive di attività imprenditoriale o esportazione, ma anche disabitate, se non da pinguini. Sono le isole antartiche di Heard e McDonald per la precisione, territorio esterno australiano nell'Oceano Indiano meridionale, inserite nella lista e colpite da una tariffa del 10%. Ma anche l'isola di Norfolk a nord-est di Sidney o quella norvegese di Jan Maden, a loro volta terre ghiacciate, deserte, rocciose. «Nessun posto sulla terra è sicuro», ha sintetizzato il premier australiano Antony Albanese in quella che sembra una battuta di spirito ma che ha una sua fondatezza.
Se la Casa Bianca ha preso la decisione, a quanto pare, un motivo c’è. A spiegarlo è stato il segretario al Commercio degli Stati Uniti, Howard Lutnick, che ha difeso a spada tratta l’intransigenza dell’amministrazione. L’imposizione dei dazi del 10% sulle isole Heard e McDonald ha infatti lo scopo di chiudere «scappatoie ridicole» e impedire ad altri Paesi di utilizzare quelle rotte per spedire merci verso gli Stati Uniti, ha dichiarato Lutnick in un’intervista alla Cbs.
«Se lasci qualcosa fuori dalla lista, i Paesi che cercano di fare arbitraggio a spese dell’America passano attraverso quei territori per raggiungerci», ha aggiunto. «Il Presidente lo sa, è stanco di questa situazione e intende sistemarla», ha specificato Lutnick.
Si pensi infatti che le isole Heard e McDonald sono disabitate, inserite nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, ricoperte all’80% di ghiaccio e sono deserte. In questi luoghi l’attività economica si concluse sostanzialmente nel 1877, quando cessò il commercio di olio di elefante marino e la popolazione di cacciatori di foche li abbandonò.
Il transshipment - ovvero la spedizione di merci da un porto a un altro come tappa intermedia verso la destinazione finale - è una pratica comune nel commercio globale. Tuttavia, secondo la Ong Pew Charitable Trusts, questo metodo può «consentire a soggetti poco trasparenti di alterare o manipolare i dati» relativi alla tracciabilità delle merci. L’organizzazione stima che ogni anno, solo nell’area del Pacifico occidentale e centrale, centinaia di milioni di dollari in tonno e specie affini vengano spostati illegalmente attraverso questo sistema.
È difficile avere un quadro chiaro delle importazioni provenienti dalle isole Heard e McDonald. I dati della Banca Mondiale indicano che negli ultimi anni le esportazioni verso gli Stati Uniti da queste isole sono state minime. Diversi invece i numeri relativi al 2022, quando gli Usa avevano importato merci per 1,4 milioni di dollari, quasi tutte catalogate come «macchinari e apparecchi elettronici». Tra i territori colpiti dai nuovi dazi figura anche il territorio britannico dell’Oceano Indiano, occupato esclusivamente da personale militare e accessibile solo con permesso speciale. Secondo la Banca Mondiale, da questo territorio sono state esportate negli Stati Uniti merci per un valore di 414.350 dollari nel 2022. (riproduzione riservata)