La necessità di dare una ricaduta sociale ed economica alla finanza, in tempi difficili tra guerre, dazi e scalate bancarie. La società sia il pungolo della finanza, afferma a MF-Milano Finanza monsignor Gianfranco Ravasi, nel pieno dei conflitti che infiammano il pianeta, con l’attacco di Israele all’Iran, e sullo sfondo anche il risiko bancario in Italia. L’occasione è fare il punto con il cardinale, tra i più autorevoli e longevi, biblista e presidente emerito del Pontificio consiglio della cultura, a ridosso dell’elezione di Papa Leone XIV, il giorno dopo i conti dello Ior, la banca vaticana.
Domanda. Eminenza, partiamo dall’attualità nella finanza italiana, caratterizzata sempre più da operazioni di risiko bancario. In che modo oggi si può ancora legare economia, finanza ed etica?
Risposta. Il rapporto tra etica e finanza ha una premessa necessaria nella distinzione, non nella separazione, tra economia e finanza perché quest’ultima è uno strumento - pensiamo ai mercati -, mentre l’economia è una visione. Lo dice la parola stessa, economia, che in greco significa la legge della casa del mondo, in cui sono inserite le persone prima di tutto, non i giochi finanziari. L’elemento fondamentale è, dunque, riconoscere che la figura centrale che domina l’orizzonte è la persona umana. Tutte le volte che si fanno invece dei progetti e degli schemi che prescindono dalla figura umana, si smentisce proprio la parola economia.
D. In questa distinzione, tra economia e finanza, come rientra l’etica?
R. A volte si confondono finanza ed economia come sinonimi, ma non lo sono. La finanza deve essere soltanto uno strumento che deve rispettare questa grande scienza umanistica che è l’economia, la regola della vita dell’intera umanità. È, dunque, l’economia ad avere nel suo grembo anche l’etica, non la finanza che, invece, deve essere giudicata dall’etica e ha bisogno di sentire una voce esterna che continuamente la controlli, che le faccia capire che non è un problema solo di risultati ma anche umano ed esistenziale.
D. D’altronde la finanza tocca la sfera delle persone...
R. La finanza non può non tener conto che la sua presenza è esplosiva e feconda e riguarda la quotidianità di tutti, entrando nell’orizzonte nel quale vivono le persone. Ecco perché bisogna ricordare sempre alla finanza che non ha a che fare solo con risorse umane ma, appunto, persone. Nei movimenti finanziari, bancari, inevitabilmente colpisci delle famiglie, delle persone, soprattutto se la finanza è condotta in maniera del tutto onnipotente come lo è nel nostro tempo, prescindendo dall’economia e dall’etica.
D. Degli esempi?
R. Lo vediamo, ad esempio, negli Stati Uniti, con una condotta sconsiderata da parte di pochi che usano solo finanza e non si pongono, ad esempio, il problema legato ai debiti degli Stati o alle grandi crisi di tipo sociale. E questo è un elemento rilevante. Oppure, prendiamo ad esempio le guerre che ci sono oggi nel mondo. Se produci materiale bellico hai un risultato finanziario straordinario, ma poi dovrebbe inserirsi il concetto di etica che ti dovrebbe far porre almeno qualche interrogativo da cui far partire un appello alla politica perché si cerchi di fermare le guerre.
D. Difficile visto che sono proprio le aziende degli armamenti a guadagnarci da queste guerre...
R. Vero, però economia ed etica sono come una spina nel fianco, che non risolvono i problemi però te li fa porre, per cui non puoi procedere senza alcuna reazione. Chi ha in mano la finanza di guerra oggi questi problemi non se li sta ponendo, speriamo, però, che, per la teoria della spina nel fianco, sentendo diverse voci, tra cui la più importante è sicuramente quella delle religioni - pensiamo ai tanti appelli di Papa Francesco prima e di Papa Leone XIV oggi - abbiano un sussulto. Purtroppo, sono convinto che questa voce è ancora troppo flebile e, quindi, la finanza cerca di considerarla il meno possibile. D’altro canto, però, oggi grazie ai nuovi mezzi di comunicazione ritengo che sia possibile maggiormente questo sussulto. Basti pensare alle immagini che arrivano da Gaza. Il finanziere è pur sempre un uomo, poi il mercato ha le sue regole, certo. Però vi è pur sempre la necessità di incrociare economia e finanza e, dunque, necessariamente anche l’etica che porti qualche via alternativa o almeno qualche limite a questo profitto condotto senza mai un elemento di riserva.
D. «Pace» è stata la prima parola di Papa Leone XIV, come si sta muovendo il Vaticano per raggiungerla?
R. Per il nuovo Papa esistono due percorsi: il primo è quello della voce. Nel panorama politico generale l’unica voce ascoltata era, infatti, prima quella di papa Francesco, ora quella di papa Leone XIV, proprio perché le altre voci sono flebili. Dunque, quello che può fare la Santa Sede oggi è proprio quello di essere una voce continua, un appello continuo. Seconda via è quella diplomatica: la Chiesa cattolica ha una struttura politico-statuale, dunque ha la possibilità di una rete diplomatica assolutamente unica, con una diplomazia riconosciuta tra le migliori. E poi, da ultimo, ma non meno importante, c’è la rete, estremamente rilevante, che avvolge tutto il pianeta: quella delle diocesi e delle comunità ecclesiali.
D. In questo contesto qual è la vera sfida per la Santa Sede?
R. La vera scommessa sarebbe usare tutta questa strumentazione a sua disposizione per aiutare concretamente, usando anche la finanza come mezzo, nelle varie crisi. Pensiamo, ad esempio all’opera portata avanti dal cardinale Matteo Zuppi per la restituzione dei bambini dalla Russia all’Ucraina, oppure all’opera portata avanti dalla Santa Sede per le questioni umanitarie. Sono tanti piccoli ambiti che fanno sì che la presenza della Chiesa sia significativa in diversi contesti politici.
D. A proposito di finanze, sono note le difficoltà del bilancio della Santa Sede. Come si muoverà Leone XIV?
R. È un tema realistico, infatti ne abbiamo parlato, assieme al tema della cattiva gestione che si è avuta in passato, in una delle congregazioni generali dei cardinali prima dell’ultimo Conclave. In Vaticano è innegabile che ci sia questo sforamento notevole. Si tratta di un dossier che è all’ordine del giorno del nuovo pontefice. Bisogna, d’altronde, tener conto che il Vaticano è pur sempre una struttura statuale, oggi con una governatrice, suor Raffaella Petrini, massima autorità amministrativa, che sta facendo un grande lavoro. Ma c’è anche un aspetto curioso che vorrei sottolineare. Il bilancio del Vaticano è sostenuto da due componenti. Una è l’obolo di San Pietro, che si raccoglie il 29 giugno per la carità del Papa nel mondo, ma anche per la gestione dello Stato Vaticano. L’altra componente, che definisco curiosa, è che buona parte dello Stato Vaticano vive grazie a Michelangelo. E questo perchè sono proprio i musei vaticani quelli che offrono il contributo maggiore in assoluto al Vaticano; si parla di ben 20 mila persone al giorno. Questo è curioso: l’arte dà pane, contrariamente a quello che diceva l’ex ministro delle finanze Giulio Tremonti.
D. In conclusione, serve un cambio di visione?
R. Oggi ancora troppo spesso l’etica è messa sotto i piedi pur di raggiungere uno scopo. Pensiamo alla politica di Trump, dai migranti alla questione ecologica passando per gli aiuti al terzo mondo: la posizione della Chiesa in questi ambiti è chiara. Ma viviamo in un’epoca in cui alla bulimia dei mezzi risponde l’anoressia dei fini, perché i valori sono gli ultimi da considerare. Per questo è importante tornare a proporre ancora l’etica e i valori: bene-male, giusto-ingiusto, vero-falso. Pensiamo alla potenza che potrebbe avere ancora il discorso della montagna nel Vangelo, tale che chiunque lo legga dovrebbe in qualche modo fremere, reagire. Ricordo una conversazione avuta con Charles Taylor, sociologo canadese autore del libro «L’età secolare». Mi ha chiesto che cosa accadrebbe se dovesse arrivare Cristo e pronunciare quelle stesse parole in una piazza. Accadrebbe che arriverebbe un poliziotto a chiedergli i documenti. Ecco, invece, bisogna fare in modo che queste parole inquietino ancora in un tempo in cui la più grande malattia è proprio l’indifferenza e quella che definisco una mucillagine di superficialità che ci ha neutralizzati e resi anestetizzati. Se gli elementi di crisi sono forti e se la società è sfilacciata, è indispensabile che in quel momento ci sia non soltanto la norma che risolve i problemi concreti, ma una lampada che illumini. E questa lampada è la moralità».(riproduzione riservata)