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LAMBERTO ANDREOTTI
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Dal pharma alle banche, ecco perché Lamberto Andreotti è diventato una figura chiave per il futuro di Unicredit

17 febbraio 2023, 21:00

Scelto da Mustier e confermato da Orcel, il vice presidente ha sempre preservato l’equidistanza dai ceo ed è il punto di riferimento di molti investitori internazionali

Che Unicredit sia la più internazionale delle banche italiane lo dimostrano non solo la presenza all'estero o il modello di business, ma anche il profilo degli amministratori. Il ceo Andrea Orcel per esempio ha costruito fuori dall'Italia la propria fortunata carriera di investment banker fino ad approdare nella primavera del 2021 in piazza Gae Aulenti. Ma nel board della banca siedono anche altre figure con un curriculum tutto internazionale. La principale è senza dubbio quella del vice presidente Lamberto Andreotti. Il cognome impressiona molto i connazionali, ma fuori dall'Italia Andreotti è conosciuto quasi esclusivamente per la propria storia di top manager.

La carriera

Dopo la laurea alla Sapienza di Roma, è stato chiamato da Arrigo Recordati nell'azienda di famiglia per la quale ha lavorato otto anni. Al pharma del resto Andreotti ha dedicato l'intera carriera, passando prima alla Farmitalia Carlo Erba (svenduta nel 1992 dalla Montedison alla svedese Pharmacia) e poi nel colosso statunitense Bristol-Myers Squibb, di cui ha progressivamente scalato l'organigramma. Prima responsabile per l'Italia, poi presidente europeo, chief operating officer, chief executive officer e infine presidente esecutivo, incarico assunto nel 2015. Come normalmente avviene negli Usa, la multinazionale non ha lesinato riconoscimenti economici al proprio numero uno che nel 2014, tra stipendio, stock option e altre voci variabili della retribuzione ha guadagnato 27 milioni di dollari, meritandosi il titolo di dirigente italiano più pagato all'estero.

L'arrivo in Unicredit

L'arrivo di Andreotti al vertice di Unicredit con il rinnovo del board della primavera del 2018 ha sorpreso qualcuno. A ben vedere però i rapporti del manager con la finanza italiana e, in particolare, con la banca di Gae Aulenti erano già consolidati. Si mormora che, alla luce di un rapporto di stima reciproca, sia stato l'ex ceo Jean Pierre Mustier a proporre il suo nome per la lista. L'anno successivo poi Andreotti ha affiancato il numero uno Cesare Bisoni come vice presidente in una delicata fase di transizione per la banca. Secondo ricostruzioni fatte da fonti finanziarie, il suo ruolo sarebbe stato decisivo anche per la nomina di Pier Carlo Padoan, salito al vertice nel 2020 battendo sul filo di lana Lucrezia Reichlin. Non c'è dubbio del resto che l’opinione di Andreotti sia sempre stata tenuta in grande considerazione sia dagli amministratori della banca.

L’incontro con Orcel

Nella primavera del 2021, al termine del primo mandato triennale, il vice presidente sembrava orientato a lasciare Unicredit per dedicarsi ad altre attività. Sarebbe stato Orcel a trattenerlo per averlo al proprio fianco nel rilancio del gruppo. Nell'accettare la nuova investitura però Andreotti ha saputo mantenere quell'equidistanza che, a detta di un altro amministratore, oggi ne fa «l'indipendente più autorevole del board». Di indipendenza e spirito critico il vice presidente (che guida anche il Comitato Corporate Governance & Nomination) ha dato prova in molte occasioni, anche in forza della sintonia con Padoan. Per lui e per il resto del vertice i prossimi dodici saranno quelli più impegnativi.

Il futuro di Unicredit

Oggi la banca sta vivendo un momento magico. I risultati di bilancio presentati al mercato nelle scorse settimane sono i migliori di sempre e rischiano di offuscare quelli di altri istituti. I soci hanno insomma di che dirsi soddisfatti: non solo Orcel ha alzato l’asticella della remunerazione, ma in sei mesi il valore del titolo è praticamente raddoppiato sfiorando attualmente i 20 euro.

Lo stipendio di Orcel

Numeri che potrebbero giustificare un aumento di stipendio per il ceo. Fin dal suo arrivo, il banchiere ex Ubs era finito al centro di polemiche per il compenso da 7,5 milioni stabilito dal board anche se la cifra, pur elevata per il mercato italiano, non si discosta comunque dalla media delle grandi banche europee. Nel 2021 Orcel ha ricevuto un totale di 6,7 milioni, così articolati: 1,8 milioni di componente cash fissa, 89 mila euro di cash variabile e 4,8 milioni di azioni. C’è chi ritiene che i risultati di bilancio 2022 potrebbero spingere il consiglio ad alzare ulteriormente l’asticella. Una decisione che il banchiere e il mercato potrebbero interpretare come il preludio a una riconferma a fine mandato, nel 2024. Per ora comunque nessuna decisione è stata presa al vertice dell’istituto, dove il confronto tra l’amministratore delegato, Padoan e Andreotti e gli altri consiglieri è intenso.

Il consolidamento

C'è poi il tema del risiko. Sin dall'inizio il mercato ha interpretato la nomina di un investment banker al vertice della banca come il preludio di una grande operazione di m&a. Il deal consentirebbe non solo di accrescere la dimensione di Unicredit ma, ancora una volta, di consolidare ulteriormente la posizione di Orcel a un anno dalla scadenza. Nulla si è ancora concretizzato, anche se i fronti aperti sono molteplici. C'è Banco Bpm dove, con il cambio di governo, la presa del Credit Agricole appare oggi meno salda che in precedenza e che resta il candidato numero uno per un'operazione di m&a. C'è la privatizzazione del Montepaschi che, dopo lo stop del 2021, potrebbe riprendere quota tra maggio e giugno. C'è il mondo dei pagamenti dove i multipli sono scesi in maniera significativa rendendo, almeno in astratto, accessibili target come l'italiana Nexi.

Per chiudere un deal entro la fine del mandato Unicredit dovrà rompere rapidamente gli indugi, pena il rischio di restare a bocca asciutta. Su tutti questi temi gli amministratori e lo stesso Andreotti sono in attesa di conoscere le proposte del ceo. Il dibattito si preannuncia intenso anche perché, come diceva Andreotti senior: «non basta avere ragione: bisogna avere anche qualcuno che te la dia». Un motto che sembra descrivere perfettamente le dialettiche tra il ceo di una grande azienda e il proprio board. (riproduzione riservata)



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