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Dal Green Deal al War Deal: sarà questo il nuovo modello economico dell’Ue?
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Dal Green Deal al War Deal: sarà questo il nuovo modello economico dell’Ue?

di Francesco Sciaudone*
28 marzo 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:45

Nel contesto del Green Deal europeo designato da Ursula Von Der Lyen come espressione di un «nuova strategia di crescita», bisogna chiedersi se l’eventuale «pausa regolatoria» e il contestuale avvio di un’economia di guerra implicheranno una pausa nelle politiche di crescita economica o una deviazione di tale crescita | Il Consiglio Europeo si prepara alla guerra, gli europei lo sanno?

Con l’avvicinarsi delle elezioni europee è forse il caso di chiedersi che Europa aspettarsi o augurarsi. Troppe le incertezze, troppe le accelerazioni: servirebbe forse (finalmente) una strategia e una visione davvero di medio-lungo termine, le uniche che possono consentire a investitori, imprese e consumatori di vivere con fiducia il nuovo ciclo delle istituzioni europee.

Il 18 marzo il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel in una dichiarazione rilasciata alla stampa ha affermato la necessità di «essere pronti a difenderci e passare a una modalità di economia di guerra». E così, dopo aver assistito negli ultimi anni all’intensa corsa regolatoria e finanziaria intrapresa da fine 2019 verso l’ambita neutralità climatica dell’Unione Europea incarnata nel cosiddetto Green Deal, ci dobbiamo attrezzare per il War Deal. Soppianterà il primo? Si affiancherà a esso? Con che risorse?

Perché si parla di pausa regolatoria

La dichiarazione di Michel, che va sicuramente contestualizzata nell’attuale delicato scenario geopolitico mondiale, lascia comunque intravedere uno spostamento del focus delle politiche europee e delle stesse disponibilità di budget europee. D’altro canto già nel maggio 2023 il presidente francese Emmanuel Macron aveva invocato la necessità di una «pausa regolatoria» con riferimento alla legislazione europea in materia ambientale e non sono mancate, anche nella fase di picco dei prezzi dei mercati all’ingrosso dell’energia, altre istanze politiche aventi a oggetto una moratoria degli interventi normativi dell’Unione Europa in materia di tutela dell’ambiente. A ciò oggi si aggiunge una concreta incertezza su quella che sarà la politica degli Stati Uniti - dopo l’adozione del cosiddetto Inflation Act - in materia ambientale in esito alle prossime elezioni.

In questo scenario l’interrogativo che legittimamente ci si pone è: il Green Deal europeo designato da Ursula Von Der Lyen come espressione di un «nuova strategia di crescita», l’eventuale pausa regolatoria e il contestuale avvio di un’economia di guerra implicheranno una pausa nelle politiche di crescita economica o una deviazione di tale crescita?

Chi inquina paga, ma occhio all’inflazione

È anche vero che in questi giorni il giudizio più severo sulla necessità di cambiare passo sul Green Deal è arrivato dalla Bce, la quale ha sottolineato che l’impatto di misure come la nuova imposta sul carbonio alla frontiera (Cbam), cioè il prelievo sulla CO2 emessa nella produzione extra-Ue, e il sistema Ets di scambio delle quote di emissione che realizza, per i settori industriali che generano più CO2, il principio secondo cui «chi inquina paga», determineranno maggiori costi dei fattori produttivi dovuti all’aumento dei prezzi dell’energia e delle emissioni di CO2 (nel quadro degli schemi di scambio delle quote), che potrebbero frenare la crescita della produttività di un terzo nei prossimi cinque anni. La speranza è che tutto ciò venga compensato a lungo termine dall’adozione di nuove tecnologie più ecologiche e digitali. Verrebbe voglia di dire: speriamo!

Occorre quindi domandarsi se le difficoltà ormai attese saranno superate dall’economia di guerra, che dovrebbe portare a una crescita compatibile con una latente ambizione verso la neutralità climatica, salvo voler rimettere tutto in discussione (come pure sembrerebbero voler fare gli investitori americani in materia Esg).

Più Italia in Europa con le elezioni

È facile comprendere che questi interrogativi non sono privi di implicazioni per gli operatori economici, per gli istituti finanziatori e per gli stessi contribuenti e consumatori e meriterebbero di caratterizzare la discussione politica in vista delle prossime elezioni europee. La tassonomia europea delle attività eco-compatibili, alle politiche Esg, le linee guida europee sugli aiuti di Stato a favore dell’ambiente e dell’energia, il piano europeo per l’economia circolare, i target del Recovery Plan, senza parlare delle più recenti iniziative in materia di intelligenza artificiale, per fare alcuni esempi, sono potenti strumenti di orientamento di risorse, know-how e politiche aziendali: serve individuare le strategie economiche europee del nuovo ciclo per provare a superare l’approccio emergenziale che troppo spesso prevale e che evidentemente mal si concilia con investimenti e obiettivi di medio-lungo termine. L’auspicio è che le elezioni europee ci consegnino una sempre più forte presenza italiana in Europa, che aiuti a costruire davvero un European New Deal caratterizzato da una visione strategica davvero europea, capace di essere stabile, di lungo termine, flessibile e originale, indipendente e perché no - visionaria e non derivata dalle esternalità geopolitiche. (riproduzione riservata)

*managing partner Grimaldi Alliance



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