Investitori con gli occhi puntati agli Stati Uniti. Dopo gli ultimi dati macroeconomici statunitensi e in attesa dell’insediamento del nuovo presidente Donald Trump, che avverrà precisamente tra una settimana il 20 gennaio, i mercati azionari, valutari e obbligazionari restano guardinghi cercando di prevedere l’impatto delle politiche annunciate dal tycoon e le prossime mosse della Federal Reserve, la banca centrale Usa.
Su questa scia le borse asiatiche hanno chiuso la prima seduta di settimana in calo (-1% Hang Sang, -0,3% Shanghai) e i listini europei hanno iniziato la seduta col segno meno. In rialzo, invece, i rendimenti obbligazionari americani, con il Treasury decennale in crescita verso il 5% al 4,79%, che trascinano con sè anche quelli europei: lo spread tra Btp e Bund sale oltre la soglia dei 120 punti (120,1 punti), con il rendimento del decennale italiano in aumento di cinque punti base al 3,82% e quello tedesco al 2,62%. Sul mercato valutario, il dollaro è sui massimi da due anni contro le altre principali valute. L’euro incrocia il biglietto verde a 1,0208 da 1,0230 venerdì in chiusura. La moneta unica vale anche 160,73 yen (da 161,49), mentre il rapporto dollaro/yen è a 157,44 (da 157,60).
A intimorire gli investitori sono in primis i dati sul mercato del lavoro che hanno descritto un comparto occupazionale più solido del previsto. Un dato che conferma nel complesso un’economia ancora forte in un cui persiste il rischio di un’inflazione alta. Lo scenario fa temere che la Fed possa ulteriormente ritardare i tagli dei tassi di interesse dopo averli portati a livelli record nel 2023 a causa della fiammata inflazionistica. Già nell’ultima riunione di dicembre, la banca centrale Usa aveva ridotto le previsioni sui tagli da quattro a due.
In seguito agli ultimi dati sul mercato del lavoro, gli analisti di Goldman Sachs hanno ridotto anche loro le previsioni sui tagli a due quest’anno (a giugno e dicembre) e un altro nel 2026 a un tasso terminale invariato del 3,5-3,75%. In generale le previsioni di Goldman Sachs restano più accomodanti rispetto a quelle del mercato perché gli esperti restano più ottimisti sul fatto che l’inflazione di fondo (il dato al netto dei prezzi più volatili di cibo ed energia) continuerà a scendere verso il 2%. «È difficile avere una precisa previsione sulla tempistica dei tagli perché i dati economici che ci aspettiamo, un mercato del lavoro sano e un'inflazione più bassa renderebbero i tagli ragionevoli ma al contempo è difficile sapere come la Fed gestirà i probabili aumenti tariffari», spiegano gli esperti.
Sul fronte valutario gli esperti di Goldman Sachs si aspettano che il dollaro possa rafforzarsi ulteriormente di circa il 5% in scia sia alla solida performance di crescita che dovrebbero riuscire a confermare gli Stati Uniti sia ai dazi commerciali promessi da Trump. «Anche se i mercati stanno già incorporando completamente i rischi tariffari», spiegano gli analisti, «c'è ancora un certo rialzo del dollaro rispetto alle nostre precedenti ipotesi». Nel confronto con l’euro, in particolar modo, gli analisti stimano la parità tra la moneta unica e il biglietto verde nell’orizzonte di tre mesi, quindi a un anno il cross euro/dollaro dovrebbe scivolare a quota 0,97.
A livello generale, secondo Mirabaud AM, la previsione più sicura per il 2025 è che con il ritorno di Trump alla guida degli Stati Uniti probabilmente assisteremo a una maggior volatilità, ma bisogna vedere quali mosse il tycoon deciderà effettivamente di mettere in pratica.
Guardando al rapporto con la Cina, gli esperti fanno notare che durante il primo mandato di Trump sono stati applicati dazi su alcune importazioni cinesi a causa degli squilibri commerciali tra i due Paesi. Ci si aspettava che Joe Biden fosse più morbido nei confronti della Cina, ma in realtà ha mantenuto i dazi di Trump e ha aggiunto restrizioni proprie. Anche nelle sue ultime settimane di presidenza, Biden ha cercato di rendere ancora più rigido l’accesso della Cina alla tecnologia statunitense, indipendentemente dal fatto che ciò danneggi gli interessi degli Stati Uniti o dei suoi alleati.
«Se la seconda amministrazione Trump mira a riportare i posti di lavoro negli Stati Uniti, ci sono molte aziende cinesi attualmente escluse dal mercato statunitense (si pensi a Byd, che è soggetta a dazi del 100% sui suoi veicoli elettrici) che vorrebbero costruire fabbriche negli Stati Uniti e avere accesso ai suoi consumatori. Lo stesso si è visto con le aziende automobilistiche giapponesi negli anni ‘70 e ‘80», analizzano da Mirabaud AM. «E se Trump ascolterà le aziende statunitensi, in particolare i giganti della tecnologia come Nvidia che vorrebbero vendere di più in Cina, alcune delle restrizioni di Biden potrebbero addirittura essere eliminate».
Se Trump dovesse procedere con l’imposizione di dazi severi, la Cina ha dichiarato l’intenzione di dar vita a stimoli significativi per compensare eventuali danni economici. Un’ampia dose di sostegno in un Paese che sta già investendo in modo significativo nella propria capacità di ripresa interna fornirebbe un forte supporto alle azioni cinesi. (riproduzione riservata)