Lunedì prossimo Antonio Tajani porterà all'esame del Consiglio Europeo dei ministri degli Esteri la vicenda dei sequestri russi in una dichiarata chiave cautelare dei beni di società europee, non solo dunque italiane.
In un contesto internazionale che si fa sempre più complicato e mentre il Fondo Monetario Internazionale ripropone una ricetta per l'Italia sostanzialmente simile a quella prospettata 50 anni fa con le famose «lettere di intenti» fatte sottoscrivere ai nostri governi, è scoppiato il caso del sequestro cautelare di beni (conti, asset, titoli) di società in Russia controllate dall'Unicredit da parte del Tribunale arbitrale di San Pietroburgo per 463 milioni, di cui questo giornale ieri ha riferito analiticamente. Misure similari, al di là degli organi che le hanno disposte, sono state adottate, come noto, anche per l'italiana Ariston, la francese Danone, la danese Carlsberg e la tedesca Bosch. Ma sono coinvolte pure altre banche: in particolare, le tedesche Deutsche Bank, Commerzbank e alcune Landesbank. Intanto nel caso dell'Unicredit si sta studiando e si sta agendo per la definizione della giurisdizione che dovrà essere correttamente adita in base al contratto sulla cui applicazione nasce la vertenza che ha motivato il sequestro. Come si è scritto nel suddetto articolo, il foro competente contrattualmente definito non sarebbe il Tribunale che ha disposto il sequestro, ma quello previsto dalla giurisdizione francese, alla quale andrà richiesta la promozione dell'arbitrato.
È immaginabile che le schermaglie sul terreno giuridico continueranno, ma l'Unicredit è pienamente in grado di far valere i propri diritti. Tuttavia il raccordo di una risposta, per quel che sarà possibile comune, delle società colpite dai sequestri, senza far venir meno le singole iniziative, appare più che opportuna. In sostanza, in questa vicenda sussistono un piano giuridico - ed è quello di cui stiamo scrivendo - e un piano politico, che non è da meno per la sua importanza. È abbastanza evidente che, quali che siano le istituzioni che hanno deciso i sequestri, un fil rouge collega questi ultimi ed è rappresentato dalla ritorsione per le sanzioni comminate alla Russia ma anche da una preventiva mossa che abbia pure un effetto-annuncio di quel che si potrà fare se si passerà concretamente, da parte dei Paesi occidentali (Unione Europea e Usa, in particolare) all'utilizzo anche solo degli interessi sugli asset russi congelati in Europa e in America.
Questa decisione potrebbe essere assunta definitivamentea giugno, magari parlandone ancora nel G7 dei capi di Stato e di governo che si terrà in Puglia, e prevede l'impiego possibile di 3 miliardi circa, innanzitutto per aiutare la resistenza dell'Ucraina nel conflitto. Per la verità, la decisione in questione non si sottrae completamente a possibili reazioni sul piano della legittimità, quantomeno perché si tratta di una delle prime misure di confisca, benchè limitata agli interessi, di beni di un Paese con il quale per di più non si è in guerra e tanto meno si è quindi nella fase di composizione delle ostilità e di rilevazione dei danni prodotti dalla guerra. È probabile che gli internazionalisti abbiano avuto e avranno ancora modo per discutere della correttezza e dell’appropriatezza di una tale misura, pur in un contesto in cui appare infragilito il diritto internazionale e le istituzioini globali sono frequentemente contestate.
Comunque quel che occorre è agire, a partire dalla suddetta confisca, ma anche nel caso dei sequestri cautelari, avendo presenti quali potranno essere le reazioni della Russia e prepararsi a prevenirle o a contrastarle. Non si può più continuare, come si sta facendo dall'inizio dell'assunzione delle misure di reazione all'invasione dell'Ucraina, ad agire senza mettere in conto la risposta e trovarsi di conseguenza impreparati quando quest'ultima si manifesta, come è inevitabile. È un principio (il terzo) della dinamica che vige anche in questi rapporti che non possono che definirsi conflittuali. Manca una strategia coerente e condivisibile, mentre solo flebilmente si discute della possibilità almeno di una sospensione delle ostilità. La vicenda che tocca l'Unicredit e le altre società e banche dovrebbe essere una nuova occasione per affrontare diversamente questa materia che richiede decisioni cruciali. (riproduzione riservata)