«È una donna molto gentile, ma credo che per lei sarà molto complicato essere la leader, non ha abbastanza sostegno e rispetto nel Paese», con queste parole Donald Trump ha liquidato María Corina Machado, l’attivista democratica e leader dell’opposizione venezuelana che è stata insignita del Premio Nobel per la pace nel 2025.
Nella successione Maduro alla guida del Paese sudamericano, il suo nome era forse il più quotato visto l’impegno profuso negli anni della dittatura e, soprattutto, considerato il sostegno americano di cui la 58enne aveva sempre goduto.
Per il momento, invece, quello di Donald Trump sembra un vero e proprio voltafaccia a María Corina Machado, che nella giornata di ieri, 4 gennaio, è stata sentita telefonicamente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per parlare della «nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela», come fa sapere Palazzo Chigi in una nota.
Secondo alcuni analisti politici, però, il nome di Machado resta ancora caldo e le dichiarazioni di Trump sarebbero un modo per proteggere l’attivista dal clamore mediatico attorno alla questione venezuelana di questi giorni.
La storia recente, a ben vedere, ha conosciuto diversi casi di personaggi insigniti del Premio Nobel della pace poi diventati leader del proprio paese. Sono sette: ecco chi sono, da Nelson Mandela in Sudafrica a Aung San Suu Kyi in Myanmar nel 2016.
Dopo 27 anni di prigionia a causa delle sue lotte contro la segregazione razziale in Sudafrica, viene liberato nel 1990, all’età di 71 anni, e, in una storico discorso tenuto a Cape Town, dichiara di rinunciare alla rivolta armata in favore di una pacifica riconciliazione.
Per il suo impegno contro l’apartheid riceve nel 1993 il Premio Nobel per la pace e l’anno dopo vince le prime elezioni democratiche del Paese, divenendo il primo capo di stato nero del Sudafrica. Rimarrà in carica fino al 1999.
Nelson Mandela, morto nel 2013, resterà per sempre un simbolo nella lotta al razzismo nonché un politico capace di porre i riflettori del mondo su un Paese che era sempre stato considerato periferia del globo.
A lui si deve, da ultimo, la scelta da parte della Fifa di disputare i Mondiali di calcio del 2010 proprio in Sudafrica: un traguardo minimo rispetto alla fine dell’apartheid, ovviamente, ma in grado di dare lustro al Sudafrica agli occhi del resto del mondo.
Elettricista da sempre attivo nei sindacati illegali durante il regime comunista polacco, conosce ripetuti licenziamenti, la sorveglianza della polizia segreta polacca e la carcerazione a causa del suo impegno a favore dei diritti umani e dei lavoratori nelle fabbriche del Paese.
Fonda Solidarnosc, il più grande sindacato della Polonia, che raccoglie dieci milioni di iscritti, circa un quarto della popolazione del Paese.
Nel 1983 riceve il Premio Nobel e nel 1990, in occasione delle prime elezioni democratiche in 63 anni, diventa presidente della Polonia.
Durante i suoi cinque anni di presidenza, contribuisce alla transizione post-comunista della Polonia, aprendo le porte alla privatizzazione e al libero mercato.
Nel 1993 vengono siglati gli accordi di Oslo, i trattati che miravano alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso l’autogoverno della Striscia di Gaza e di una parte della Cisgiordania da parte della neonata Autorità Nazionale Palestinese.
A firmare gli accordi il 13 settembre 1993 a Washington alla presenze del presidente Usa Bill Clinton sono Yasser Arafat, per conto dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e Shimon Peres, per conto di Israle.
I due, assieme all’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, ricevono il Premio Nobel per la pace nel 1994, per lo sforzo profuso per la pace in Medio Oriente.
Nel 1996 Yasser Arafat diventa presidente dell’Anp (
Autorità Nazionale Palestinese), carica che ricoprirà fino alla sua morte nel 2004. Shimon Peres, invece, è stato primo ministro israeliano dal 1995 al 1996, per poi diventare presidente dal 2007 al 2014.
Accademico di lungo corso nelle scienze politiche e negli studi internazionali, riceve il Premio Nobel nel 1987 per gli sforzi contro le agitazioni politiche in molti paesi dell'America centrale, tra cui la sua Costa Rica. La sua mediazione è stata decisiva nei rapporti con il confinante Panama per la cessazione delle ostilità e la creazione di una frontiera sicura.
Ha ricoperto la carica di presidente del Costa Rica per due volte: dal 1986 al 1990 e dal 2006 al 2010.
José Ramos-Horta, figlio di un dissidente portoghese del regime di Salazar, nasce a Timor-Est, paese confinante con l’Indonesia e allora colonia lusitana, durante l’esilio del padre. Ramos-Horta fa dell’indipendenza di Timor-Est la propria battaglia e la vince nel 1975. Per questo motivo, riceve il premio Nobel nel 1996.
Attualmente è il presidente del paese, eletto nel 2022 dopo aver già ricoperto un mandato dal 2007 al 2012.
Nel 1991 Aung San Suu Kyi riceve il premio Nobel per la pace per il suo impegno per i diritti umani nel periodo della dittatura militare nel suo Paese, la Birmania, oggi Myanmar.
Vince le elezioni nel 1990, quando si trova agli arresti domiciliari: i militari rifiutano di cedere il potere e annullano le elezioni.
Diventa Consigliere di Stato (ruolo equiparabile a quello di primo ministro) nel 2016, a seguito delle prime elezioni libere del Paese. Resta in carica fino al 2021, anno di un nuovo golpe militare e del suo arresto. (riproduzione riservata)