Quando Zygmunt Bauman descriveva la metamorfosi del potere moderno - fluido, mobile, capace di attraversare confini dinnanzi a una politica ancorata a istituzioni sempre più locali - tracciava inconsapevolmente anche il perimetro della grande consulenza strategica. È proprio lì, nelle consulting firm, che negli ultimi due decenni si è progressivamente concentrata una parte crescente della capacità di orientare imprese, capitali e trasformazioni industriali.
Si tratta di strutture globali che accompagnano fusioni bancarie, ristrutturazioni industriali, transizione energetiche, strategie legate all’intelligenza artificiale e grandi operazioni finanziarie. Un universo che oggi vale miliardi di euro e che, spesso lontano dai riflettori, esercita un’influenza sempre più concreta sugli equilibri dell’economia internazionale, talvolta persino superiore a quella dei governi o dei mercati stessi.
In rigoroso ordine alfabetico, i loro nomi sono Bain & Company, Boston Consulting Group, Deloitte, EY, Kpmg, McKinsey & Company e PwC. I loro uffici occupano i palazzi di vetro tra Milano e Roma, nei distretti dove si incrociano finanza, politica e industria. A guidare queste moderne stanze dei bottoni sono soprattutto sette top manager, nomi di peso che controllano le principali insegne globali della consulenza e che influenzano in modo sempre più diretto il capitalismo italiano.
McKinsey & Company rappresenta la principale fucina della classe dirigente nazionale e internazionale. Da gennaio 2022, la guida del Mediterranean Office, nodo nevralgico che unisce i mercati di Italia, Grecia, Israele e Cipro, è affidata alle mani di Marco Piccitto. Entrato nella società nel 1997 e divenuto partner dieci anni più tardi, Piccitto ha raccolto il testimone da Massimo Giordano, orientando il network verso un supporto serrato alle istituzioni finanziarie e ai piani di rilancio post-pandemici delle grandi partecipate statali. La società non pubblica bilanci locali disaggregati, in linea con la rigida policy internazionale del gruppo, ma il mandato dell’attuale managing partner coincide con il rafforzamento delle attività legate alla transizione energetica, all’intelligenza artificiale e alla trasformazione delle grandi partecipate statali nel ciclo post-pandemico.
Quasi dall’altra parte della strada, nella sede milanese di via Santa Maria Segreta, Pierluigi Serlenga ha appena assunto la guida del business in Sud ed Est Europa di Bain & Company. Subentrato a Roberto Prioreschi nel 2023, Serlenga vanta un quarto di secolo di esperienza interna: la sua gestione coordina oltre mille professionisti in geografie delicate come Polonia, Turchia e Grecia, puntando sulle infrastrutture tecnologiche per affiancare le aziende nel turbolento ciclo economico odierno.
A chiudere il tridente strategico delle boutique internazionali Boston Consulting Group, la cui radicata stabilità italiana coincide con l’azione di Davide Di Domenico. Da fine 2021 è alla guida della regione East-Mediterrenean and Caspian, che comprende Italia, Grecia, Turchia, Israele, Azerbaigian, Uzbekistan e Kazakistan. Con expertise internazionale nel settore automotive e mobility, turnaround su larga scala e nelle trasformazioni digitali.
Fuori dal quadrilatero della consulenza strategica pura, che da Piazza Affari risale verso Cordusio e il Castello, i volumi dominanti del mercato appartengono alle Big Four, protagoniste indiscusse di una metamorfosi societaria. Deloitte è l’esempio emblematico di questa iper-crescita sotto la guida di Fabio Pompei. Nominato a metà 2019 per succedere a Enrico Ciai, l’esperto di consulenza finanziaria ha orchestrato un raddoppio della forza lavoro, passando da 6 mila a 12 mila dipendenti in un quadriennio. Intanto il network italiano ha visto i ricavi impennarsi del 75%, abbattendo la soglia degli 1,3 miliardi nell’esercizio 2023. I segmenti specifici, come l’area revisione affidata a Deloitte & Touche, generano utili vicini ai 30 milioni e indici di redditività anomali per il settore terziario, con punte del 66% a ridosso del 2025.
In un simile panorama, EY ha segnato un netto spartiacque culturale con la nomina di Stefania Boschetti all’alba del luglio 2024. Prima donna a ricoprire il vertice assoluto in una Big Four in Italia, Boschetti porta al vertice oltre trent’anni di esperienza maturati nel gruppo, consolidata negli anni con la direzione dell’ufficio di Torino nell’area Assurance. Succeduta a Massimo Antonelli, promosso a incarichi europei, la manager gestisce una struttura cresciuta del 50% nell’arco di tre anni, capace di archiviare il 2023 con un fatturato superiore a 1,1 miliardi.
Sotto la sua egida, imperniata sulla promozione della diversità e sull’implementazione dell’AI nei processi di base, la divisione Advisory ha toccato ricavi consolidati per 709,2 milioni nell’esercizio chiuso a giugno 2025. Una crescita sostenuta anche dall’integrazione delle attività fiscali e legali coordinate dallo Studio Legale Tributario guidato da Marco Magenta, mentre l’organico complessivo sfiora ormai le 9.500 persone.
Sulla medesima scia di trasformazione si colloca Kpmg, guidata dall’ottobre 2021 da Mario Corti. Prendendo il testimone da Domenico Fumagalli dopo dodici anni di leadership, il senior partner ha ricalibrato il modello di business puntando su una maggiore integrazione multidisciplinare e su un radicamento più profondo nel tessuto delle medie imprese italiane. E la virata ha generato risultati inequivocabili: i ricavi dell’Advisory sono cresciuti dai 446,9 milioni del 2023 ai 595,6 milioni del 2025, raddoppiando nei fatti l’utile netto di comparto a oltre 21 milioni. Un’evoluzione che riflette il passaggio delle Big Four da semplici revisori contabili a piattaforme integrate di consulenza, tecnologia e compliance.
A chiudere il cerchio del potere della consulenza c’è PwC, presieduta a partire dal luglio 2018 da Giovanni Andrea Toselli. Chiamato a sostituire Ezio Bassi, il manager ha spinto la rete globale oltre il traguardo simbolico del miliardo di ricavi aggregati a livello nazionale, alterando il baricentro dell’offerta a totale favore dell’Advisory, che oggi vale circa tre quinti del giro d’affari complessivo. La caccia all’efficienza operativa ha prodotto risultati eccezionali per il mercato italiano dei servizi professionali: la divisione Business Services ha generato un indice di redditività del capitale proprio pari all’81,1%, accompagnato da utili per 34,9 milioni nel 2024. (riproduzione riservata)