I banchieri, da Andrea Orcel a Giuseppe Castagna fino a Luigi Lovaglio, sono i protagonisti di diritto di questa fase di consolidamento nella finanza italiana. C’è però una figura più defilata che si sta ritagliando un ruolo di primo piano nelle future geografie del credito.
Si tratta di Francesco Gaetano Caltagirone che negli ultimi anni ha molto arricchito il proprio portafoglio finanziario, aggiungendo alla storica partecipazione in Generali, le quote in Mediobanca (oggi 7,76%), Anima Holding (3,46%), Banco Bpm (2%) e da ultimo Mps (5,03%). All’inizio l’interesse unico dell’ingegnere in ambito finanziario è stato il Leone di Trieste attorno al quale ha combattuto battaglie senza esclusioni di colpi.
Pur sconfitto all’assemblea che nel 2022 sancì la vittoria del ceo Philippe Donnet e di Mediobanca, Caltagirone ha cercato sponde politiche per tentare la rivincita. Lo strumento messo sul tavolo sono le nuove regole per la lista del cda che hanno l’obiettivo di depotenziare le candidature del board uscente e accrescere il peso delle minoranze, con ricadute significative soprattutto su Generali.
Lo strumento ha però suscitato una levata di scudi da parte dei associazioni e investitori istituzionali al punto da rendere necessario un intervento chiarificatore della Consob. L’esito dell’assemblea Generali del prossimo 8 maggio è quindi incerto e le manovre dei grandi azionisti potrebbero entrare vivo solo all’inizio del prossimo anno.
Nel frattempo l’attenzione di Caltagirone è concentrata su altre partite. Lo scorso 13 novembre l’ingegnere romano ha comprato dal Tesoro il 3,5% del Montepaschi (quota poi salita oltre il 5%) nell’ambito del collocamento curato da Banca Akros per chiudere il processo di privatizzazione. Per Caltagirone si è trattato di un ritorno in Mps di cui era stato azionista di riferimento e vice presidente fino al 2012 quando le inchieste della magistratura terremotarono la banca.
Il rientro a Siena può essere letto come un’azione di supporto al progetto elaborato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dal direttore generale Marcello Sala: far intervenire una cordata italiana per rispettare gli accordi con Bruxelles, stabilizzare gli assetti di controllo del Montepaschi con un nucleo di azionisti forti e graditi al governo e mettere la banca al sicuro da eventuali raid non graditi di Unicredit, Crédit Agricole o Unipol.
Insomma l’operazione può essere letta come il primo tassello di quel terzo polo del credito che forze politiche e istituzioni invocano da anni. Il cambio di passo è avvenuto anche nella governance. Dopo le dimissioni a sorpresa dei cinque consiglieri indipendenti espressione del Tesoro, i grandi soci privati di Mps si preparano ora a proporre dei candidati per il board della banca senese. Secondo fonti finanziarie Caltagirone potrebbe proporre almeno due nomi, mentre Delfin (la holding della famiglia Del Vecchio che ha il 3,5% della banca) avrebbe già pronta una candidatura.
Al di là delle considerazioni politiche, investendo su Siena Caltagirone può aver fatto anche un opportunistico calcolo finanziario. Nell’ultimo anno le azioni Mps sono cresciute del 110% e hanno garantito ai soci il primo dividendo dopo una lunga storia di crisi.
Nei giorni scorsi peraltro la Bce ha rimosso i vincoli stringenti sulle politiche di distribuzione della banca che adesso avrà le mani libere per remunerare più generosamente i propri azionisti. In un contesto ancora positivo per il credito e per il Monte in particolare, Caltagirone avrebbe quindi scommesso sui ritorni futuri dell’investimento. Tanto più che, pur essendo per ora ai margini del risiko bancario, anche Siena potrebbe avviare un percorso di crescita nel 2025.
La privatizzazione dell’istituto (che sarà certificata da un’istanza formale del Mef alla Commissione Europea) farà venire meno molti vincoli per la banca, a partire dal divieto di lanciare operazioni straordinarie. E questo potrebbe aprire più di un’opportunità.
Gli occhi del mercato sono puntati per esempio su Anima, la sgr milanese presieduta da Patrizia Grieco, su cui il Banco ha da poco lanciato un’opa da 1,58 miliardi. L’esito dell’offerta è incerto sia perché il premio di partenza è basso (appena l’8,5%), sia perché i paletti della passivity rule costringerebbero Piazza Meda a convocare un’assemblea straordinaria per fare un rilancio. In aggiunta alcuni grandi azionisti di Anima – tra cui lo stesso Caltagirone che ha in portafoglio il 3,46% della sgr – potrebbero scommettere su scenari diversi.
Se l’opa cadesse o se Unicredit barattasse l’adesione del Crédit Agricole all’ops su Piazza Meda con un accordo sulle gestioni di Amundi, Anima imboccherebbe strade alternative. Proprio la presenza di Caltagirone nell’azionariato suggerisce quale potrebbe essere il punto di approdo: Montepaschi, ex socio e secondo distributore dei prodotti della sgr milanese. Secondo gli analisti l’integrazione di Anima in Mps sarebbe sostenibile dal punto di vista finanziario grazie ai due miliardi di capitale in eccesso accumulati da Lovaglio e avrebbe senso industriale visto che diversificherebbe i ricavi e aggiungerebbe un business ad alto contenuto commissionale alle attività di Siena.
I progetti di espansione del terzo polo potrebbero peraltro non fermarsi qui. Da un lato il Monte avrebbe interesse ad acquistare qualche pacchetto di sportelli in eccedenza da Unicredit dopo l’operazione Banco Bpm. Dall’altro lato si specula che il Tesoro (rimasto socio di Siena all’11,7%) potrebbe favorire un rafforzamento dell’istituto nel Centro-Sud. Come? Magari attraverso l’acquisto da Mcc di BdM Banca, la ex Banca Popolare di Bari che, al termine della fase di ristrutturazione, dovrebbe affacciarsi sul mercato in cerca di partner. Per ora si tratta di opzioni ma c’è da scommettere che ogni scelta strategica passerà al vaglio dei nuovi soci forti di Siena, a partire da Caltagirone. (riproduzione riservata)