In un clima di volatilità crescente anche le sale operative che materialmente eseguono gli ordini degli investitori stanno vivendo un periodo di forte fibrillazione. Cristiano Marino, responsabile della direzione Global Markets del gruppo Banca Investis di Banca Investis, dal suo osservatorio sta notando in particolare due tendenze: un ritorno degli investitori al debito di qualità (compresi di governativi dell’Eurozona), e un sempre maggiore interesse per i bond emergenti.
Domanda. Quali forze stanno guidando oggi la volatilità?
Risposta. In questi giorni abbiamo notato per la prima volta una volatilità intraday che non vedevamo dall’inizio della guerra in Ucraina. In realtà però alcuni focolai di volatilità c’erano dalla fine del 2024: da quel momento in poi non c’è stata mai una vera e propria discesa, ma al massimo picchi in salita.
D. Come state rispondendo agli scenari di mercato?
R. Abbiamo una struttura formata da due anime: una è quella della gestione dei rischi proprietari della banca, di cui mi occupo in prima persona, e un’altra che copre le principali asset class, che offriamo alla clientela. In merito ai rischi proprietari dobbiamo mantenere un margine di interesse della banca costante nel tempo, e quindi abbiamo perlopiù titoli governativi core europei, con qualche sortita nell’investment grade in euro. Invece lato clientela abbiamo visto una certa fibrillazione in tutti i comparti, in linea con una logica di derisking.
D. Le banche centrali sono in una fase di allentamento più cauto del previsto: quali effetti state osservando su curve e spread?
R. Come proprietà stiamo approfittando del rialzo dei tassi a breve per aumentare un’esposizione di partenza scarna, perché fino a poco fa i rendimenti erano molto bassi. Al contrario, dai clienti vediamo un fly-to-quality: meno duration del portafoglio, concentrazione sui tre-cinque anni con riduzione della parte high yield e un focus su investment grade e mercati emergenti. Già nel 2025 molte case spingevano sugli emergenti, sui quali ancora non vediamo particolari dismissioni.
D. Come sta cambiando la domanda degli istituzionali?
R. I clienti stanno riducendo le posizioni nell’azionario, così come quelle contro il dollaro e quelle sui metalli preziosi. In questo caso sto parlando di clienti istituzionali perché sono quelli che lavorano direttamente con le sale operative: quindi family office sofisticati e istituzionali puri.
D. E quali le richieste più frequenti?
R. C’è movimento nell’obbligazionario, storicamente la parte meno volatile del portafoglio. Il reddito fisso è tornato al centro dei radar: si cercano emittenti di qualità, gestione del rischio e il giusto posizionamento nella curva. A livello settoriale, sempre nell’obbligazionario l’interesse è alto su difesa ed energia. La stranezza di questa fase è che l’obbligazionario si sta muovendo molto, mentre l’azionario è tutto sommato sotto controllo. Il mercato obbligazionario sta prezzando una guerra che si prolunghi entro l’estate, almeno per alcuni mesi, e un intervento delle banche centrali sui tassi, cosa che l’azionario non sta facendo.
D. Se doveste indicare tre segnali da seguire nel prossimo trimestre, quali sarebbero?
R. In primo luogo il corso dei prezzi del petrolio. In particolare, il Brent di medio periodo, ad esempio due anni, che in genere è più stabile. Importante è lo stock di petrolio nei Paesi consumatori: attualmente nel mondo vengono stoccati, fuori dal Golfo, 8 miliardi di barili. Questo significa che per prosciugare lo stock esistente ci vorrebbe un anno di chiusura ininterrotta di Hormuz. In secondo luogo, va monitorato l’impatto del petrolio sui prezzi al consumo: questo dovremmo vederlo già intorno alla metà di aprile. Il terzo e ultimo punto è la geopolitica, in particolare per quanto riguarda la Cina. Per ora Pechino è dormiente, o sta lavorando sottotraccia, ma non ha preso posizione nel conflitto. Credo che questo atteggiamento non continuerà a lungo, anche perché da Hormuz escono soprattutto forniture per la Cina. (riproduzione riservata)