Sono state oltre 900 le istanze di Composizione Negoziata della Crisi d’Impresa (Cnc) aperte dalle aziende italiane nel corso del 2024, portando oltre quota 2 mila il numero totale di quelle presentate dal 15 novembre 2021, data dell’avvio della nuova procedura. Lo stima BeBeez sulla base degli ultimi numeri ufficiali diffusi da Unioncamere (in collaborazione con InfoCamere) a metà dello scorso novembre 2024, che già indicavano che nei tre anni di attività della Cnc il totale delle istanze ammontava a 1.963 (+926 rispetto a quelle censite a novembre 2023).
Tenuto conto del fatto che in tutto il 2023 erano state presentate 594 istanze, mentre nel 2022 erano state 499 e nel 2021 soltanto 39, e che nei primi tre trimestri del 2024 si è registrata una crescita del 60% nel numero delle istanze presentate, è ragionevole ipotizzare una cifra per l'intero 2024 di oltre 900 istanze. Il tutto con un tasso di successo che sta crescendo: sul totale delle 1.963 istanze presentate nei tre anni di attività della procedura, 1.097 risultano concluse, di cui il 19% con esito favorevole, quindi quasi una su cinque. E il tasso di successo medio trimestrale, a partire dal 1° gennaio 2023, è ora pari al 20,5%.
Un elenco ufficiale pubblico delle imprese che hanno utilizzato la Cnc non c’è, ma anche in questo caso una trentina di nomi sono usciti in questi ultimi anni sulla stampa. Secondo il database di BeBeez, in alcuni casi si è trattato di società quotate su Euronext Growth Milan, come Agatos, AlgoWatt, Enertronica Santerno, e-Novia, Fabilia, MeglioQuesto, MondoTv, Neosperience e Visibilia.
In altri casi si è trattato di società non quotate dai nomi anche noti, come Alpitel, Antress Industry (Manila Grace), Cln, Dopla, Finest, Gruppo Smemoranda, Interbrau, Kasanova, Noberasco, PanariaGroup, Pasta Zara, Rizzani de Eccher, Trussardi, Uc Sampdoria e Valvitalia.
Detto questo, per accedere alla composizione negoziata il presupposto è quello di una concreta prospettiva di risanamento, intesa come ragionevole e basata su dati attendibili e ipotesi realistiche, che quindi implicano un possibile superamento della crisi e degli squilibri finanziari. Sembra tutto molto chiaro e condivisibile, ma nella pratica non è così, soprattutto perché c'è ancora molto da fare per far conoscere a fondo questo strumento (e più in generale tutti gli strumenti messi a disposizione dal Codice della Crisi d'Impresa), non solo perché è nuovo ma anche perché è tuttora in evoluzione.
Va ricordato infatti che il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva lo scorso settembre il decreto correttivo-ter al Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, introducendo una serie di modifiche che mirano a risolvere le criticità emerse nella prima applicazione del Codice.
La necessità di diffondere una maggiore cultura su questi nuovi strumenti è emersa chiaramente anche nel corso del dibattito organizzato nei giorni scorsi a Milano negli uffici dello Studio Legale Rass-Rinaldi e Associati, in occasione della pubblicazione del Quaderno della collana di Aifi (Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt) sul Nuovo Codice della Crisi di Impresa, al fine di facilitare gli operatori di mercato nella scelta dello strumento di regolazione della crisi, a firma di Cosimo Di Bitonto e Andrea Lazzaretti (entrambi equity partner di Rass), Sergio Sisia (partner di Rass) e dei commercialisti Giacomo Ramenghi e Gianluca Settepani (entrambi dello Studio Gnudi).
Gli operatori di questo mercato si stanno peraltro moltiplicando, di pari passo con gli strumenti di intervento offerti dalla normativa. In particolare, il numero dei soggetti in grado di portare nuova finanza alle imprese in difficoltà sta crescendo. Da un lato ci sono soggetti bancari e non in grado di supportare queste aziende sul fronte del circolante, come Illimity Bank, Banca Ifis, Generalfinance o Clessidra Factoring. Dall’altro lato c’è una batteria di almeno una trentina di veicoli di investimento specializzati, secondo il database di BeBeez. Di questi, buona parte è tuttora in fundraising e un buon numero ha coinvolto come anchor investor il Fondo Patrimonio Rilancio.
Ques'ultimo è lo strumento voluto dal ministero dell’Economia e delle Finanze e gestito da Cassa Depositi e Prestiti per sostenere le imprese italiane con fatturato superiore a 50 milioni di euro, previsto dall’articolo 27 del decreto Rilancio e operativo dal luglio 2021. All’interno di Patrimonio Rilancio è operativo il Fondo Nazionale Ristrutturazione Imprese (Fnri), che conduce investimenti singoli di dimensioni superiori ai 30 milioni in ciascun fondo, che devono rappresentare sino a un massimo del 49% dell’ammontare del veicolo.
Sugli investimenti condotti da Patrimonio Rilancio non ci sono mai state comunicazioni ufficiali, ma secondo le indiscrezioni di mercato il fondo si è impegnato a investire in Nextalia Capitale Rilancio, gestito da Nextalia sgr, che proprio nei giorni scorsi ha annunciato il closing definitivo della raccolta a quota 265 milioni di euro.
In precedenza Patrimonio Rilancio è stato citato come anchor investor: nel nuovo Fondo Special Situations lanciato da Ver Capital sgr (gruppo Sienna Investments) che ha annunciato il primo closing lo scorso settembre a 100 milioni di euro rispetto a un target finale di 300 milioni; nel Fondo Antares Rilancio Italia, lanciato da Green Arrow Capital sgr in collaborazione con l'advisor Antares Advisory, che punta a raccogliere 200 milioni; nel Flexible Capital Fund di Dea Capital Alternative Funds sgr; nel fondo Gap di Anthilia Capital Partners sgr; nel Capitale Rilancio Fund di illimity sgr; in Equor I, il primo fondo di Equor Capital Partners sgr; nell’ultimo veicolo lanciato da Pillarstone e gestito da IQ-EQ; nel secondo fondo di rescue financing lanciato a metà 2023 da Azimut Investments in collaborazione con Muzinich.
Tutti fondi che, avendo Patrimonio Rilancio come investitore, per definizione possono però investire in aziende di medie-grandi dimensioni, dato che si sta parlando come detto di imprese con almeno 50 milioni di euro di ricavi. Il che significa che una grande parte delle imprese italiane viene automaticamente esclusa dall'universo investibile da questi fondi. Ma per fortuna altri veicoli sono stati strutturati con un approccio diverso e prendono in considerazione anche aziende più piccole.
Sempre di emanazione governativa poi c'è il Fondo Salvaguardia Imprese, promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e gestito da Invitalia, che negli ultimi anni si è aggiunto all'elenco di soggetti specializzati e in grado di fornire nuova finanza sia come investitore singolo sia in coinvestimento con fondi specializzati. Le operazioni di cui è stata data notizia sono state però molto poche.
La più recente è stata annunciata pochi giorni fa e ha riguardato Bedeschi, azienda padovana specializzata nella progettazione e nella costruzione di gru portuali e macchinari per la movimentazione di merci alla rinfusa, che è uscita dalla crisi finanziaria in cui era coinvolta, archiviando la composizione negoziata e accogliendo nel capitale il Fondo di Salvaguardia, che ha iniettato 20 milioni di euro per una quota di minoranza.
In portafoglio il fondo conta partecipazioni in Sirio, Landi Renzo, Snaidero, Conceria del Chienti, Titagarh Firema, Conbipel, Società Appalto Lavori Pubblici (Salp), Wal-cor, Pernigotti, Corneliani e Canepa. (riproduzione riservata)