Ultimi giri di orologio per fare domanda di autorizzazione come Casp (Crypto Asset Service Provider) ai sensi del Micar, il regolamento Ue che disciplina il mondo delle criptovalute e il modo in cui i servizi vengono erogati nel continente.
Domani, martedì 30 dicembre 2025, è l’ultimo giorno utile per presentare la domanda. Da quel momento in poi, almeno in Italia, partirà il regime transitorio: fino al 30 giugno dell’anno prossimo gli operatori già iscritti come Vasp (Virtual Asset Service Provider) nell’apposito registro dell’Oam potranno continuare a operare nel Paese, purché presentino la domanda di autorizzazione nei termini previsti dalla disciplina nazionale.
Dietro le sigle e gli acronimi si cela una realtà che fa un po’ paura agli operatori dell’industria e, più in generale, a tutto il mondo dell’innovazione tricolore. Nell’apposito registro dei Casp redatto dall’Esma, infatti, su oltre 130 società finora autorizzate nessuna è italiana, o comunque vigilata dalla Consob o da Banca d’Italia (i due soggetti designati ai sensi del Micar).
Tra i regolatori più attivi nel dare il via libera figurano la Bafin (cioè la Consob tedesca) che ha emesso 36 licenze, e l’Afm olandese, seconda a quota 22. Presenti anche le authority di Francia, Spagna, Austria, Malta, Cipro, Irlanda, perfino Bulgaria e Slovacchia. Ma della Consob, nessuna traccia. Realtà tricolori come Conio o Young Platform, ancora non sono autorizzate a operare come Casp ai sensi del Micar.
Questo significa che le fintech cripto italiane dovranno presto smettere di operare? Dipende: il regime transitorio serve proprio a creare una finestra temporale aggiuntiva in cui preparare tutte le infrastrutture e la compliance necessarie a poter lavorare in tranquillità e a norma di legge nel framework normativo introdotto dal Micar. Ma se la domanda non arriverà nei tempi previsti allora è possibile che i Vasp debbano effettivamente abbandonare l’operatività in Italia.
Non mancano peraltro altri nomi illustri all’elenco delle società non ancora autorizzate: se realtà come eToro, Revolut, CoinShares, Trade Republic già figurano nella lista Esma, fa un certo effetto non incontrare nell’elenco il nome di Binance.
Il più grande exchange di criptovalute al mondo, tuttavia, in una nota sul suo sito italiano datata 22 dicembre informava i «binanciani» che la società «sta attivamente perseguendo l’ottenimento della licenza Micar nell’Unione Europea».
Secondo gli scettici, il fatto di non incontrare ancora nomi italiani nell’elenco è sintomatico di un mercato che non è ancora pronto alla rivoluzione del Micar. L’Italia, con oltre 140 operatori Vasp iscritti all’Oam, è tra i primi Paesi in Europa per società cripto attive tra i confini nazionali. Ma questo non è necessariamente un bene, criticano gli esperti: per essere Vasp, infatti, non era necessaria un’autorizzazione, ma una semplice registrazione.
Questo avrebbe portato nell’agone troppe società impreparate a fare il grande salto verso un regime fortemente normato come il Micar. Da qui i tempi dilatati per le autorizzazione delle società italiane che rischiano, sempre secondo i critici, di entrare troppo tardi nella partita continentale.
Dall’altro lato, c’è invece chi sottolinea le virtù dell’Italia in merito all’adozione del Micar. Una su tutte: l’aderenza al testo di base. «Il confronto tra Stati membri evidenzia che l’Italia si colloca tra i Paesi che hanno recepito in modo più lineare gli standard Micar, con un quadro autorizzativo per i Casp già allineato alle prassi europee», segnala Valerio Lemma, Of Counsel di Dentons.
Questo consente agli operatori italiani, «soprattutto intermediari tradizionali», aggiunge l’esperto, «di entrare nel mercato». Inoltre l’Italia «può diventare un hub per gli operatori extracomunitari, perché la regolazione prevede tempi e costi di compliance più prevedibili rispetto a giurisdizioni che richiedono ulteriori passaggi legislativi o interpretativi». (riproduzione riservata)