Bitcoin e criptovalute? Stanno diventando sempre di più un affare per ricchi. È quanto emerge dal sondaggio condotto dall’Alternative Investment Management Association (Aima) insieme a PwC, secondo cui la quota di hedge fund tradizionali che detiene asset in criptovalute è salita al 55% nel 2025, rispetto al 47% del 2024. Si tratta di un aumento del 17% rispetto all’anno precedente.
Quasi metà del campione analizzato (almeno il 47%) è riconducibile direttamente al mondo degli ultra-ricchi, includendo family e multi-family office (35%) e high net worth individuals (12%). Si tratta quindi di investitori privati con elevati patrimoni, che rappresentano il cuore pulsante della domanda per asset alternativi e digitali. Inoltre, anche i fondi di fondi (21%) - pur essendo veicoli istituzionali - spesso raccolgono capitali proprio da questa stessa fascia di clientela facoltosa, ampliando ulteriormente il peso della ricchezza privata all’interno del campione.
La ricerca rappresenta una conferma del cambio strutturale nella composizione della domanda di Bitcoin e di criptovalute. Nella fase iniziale di vita di Bitcoin e delle criptovalute (2009–2020 circa), il mercato era dominato quasi esclusivamente da investitori retail - appassionati, early adopter e piccoli trader individuali - mentre la partecipazione istituzionale era marginale o assente, frenata da scarsa regolamentazione, alta volatilità e mancanza di infrastrutture professionali.
A favorire il cambio di rotta sono state le nomine di figure “crypto-friendly” da parte del presidente Usa Donald Trump e l’approvazione del Genius Act, la legge che introduce regole specifiche per la gestione delle stablecoin, i token digitali ancorati al dollaro.
Il sondaggio, condotto nella prima metà del 2025, ha coinvolto 122 investitori istituzionali e gestori di hedge fund a livello globale, per un totale di quasi 1.000 miliardi di dollari di asset in gestione. L’indagine ha preso in esame anche i fondi specializzati, con oltre il 50% del portafoglio investito in asset digitali.
«Per la maggior parte di questi fondi l’incertezza regolamentare è sempre stata un ostacolo significativo», ha spiegato James Delaney, managing director per la regolamentazione dell’asset management di Aima. «Quest’anno quei blocchi iniziano a cadere. Potrebbe essere un punto di svolta».
Oltre al fattore normativo, a spingere i fondi verso il settore c’è anche la paura di restare eslusi dai forti guadagni del mercato - nota con l’acronimo inglese Fomo (cioè fear of missing out) -, nonostante le brusche correzioni viste negli ultimi mesi.
In media, gli hedge fund destinano circa il 7% dei propri asset alle criptovalute (in crescita dal 6% nel 2024), anche se oltre la metà mantiene un’esposizione inferiore al 2%. Tuttavia, vale la pena sottolineare che circa il 19% degli hedge fund destina oltre il 10% degli asset in gestione alle criptovalute. Inoltre il 71% degli intervistati prevede di aumentare l’investimento nei prossimi 12 mesi.
Tra i grandi nomi, Brevan Howard Asset Management ha recentemente nominato un ex dirigente del family office di Peter Thiel per guidare un team dedicato alle criptovalute. Anche Point72 Asset Management di Steven Cohen e Elliott Investment Management hanno comunicato partecipazioni in Etf legati a Bitcoin ed Ethereum. In generale, l’uso di Etf è salito al 33% dei fondi intervistati, rispetto al 25% dell’anno precedente.
Non tutti, però, scommettono sul rialzo di Bitcoin. Alcuni hedge fund utilizzano posizioni in crypto per sfruttare la volatilità o coprire posizioni corte su derivati, mentre altri adottano il basis trade, strategia che specula sulle differenze di prezzo tra mercato spot e futures, senza detenere direttamente i token.
Cresce anche l’interesse per la tokenizzazione, ossia la possibilità di offrire fondi tradizionali sotto forma di token blockchain, un modello già sperimentato da BlackRock e altri big dell’asset management. Circa il 52% degli intervistati ha espresso interesse in questa direzione.(riproduzione riservata)