
Per i bondholders di Credit Suisse l’annuncio di domenica 19 è stato una doccia gelata. Appena il martedì precedente, 14 marzo, la banca svizzera aveva tenuto una presentazione relativa ai suoi strumenti di debito con la comunità finanziaria nella quale ribadiva la solidità e la liquidità recuperata del gruppo. Nelle slide fornite ai creditori (a pagina 5) confermava di avere un Cet1 pari al 14,1% (35,3 miliardi di franchi svizzeri), ben più alto della soglia richiesta in Svizzera del 9,3%, e di avere un leverage ratio (rapporto tra capitale tier 1 e totale attivo) al 15,2% contro l’8,8% chiesto dal regolatore.
A pagina 8 Credit Suisse ribadisce agli obbligazionisti che «azioni decisive hanno ricostruito il liquidity coverage ratio (lcr) della banca»: alla fine del quarto trimestre 2022 si era attestato al 144% «dopo gli eventi idiosincratici del mese di ottobre». Insomma, era stata recuperata.
Il rafforzamento della liquidità, continua il documento, è passato attraverso attività di riduzione dell’attivo, un aumento di capitale da 4 miliardi e raccolta di funding per 7 miliardi. E sottolineava: «Un ulteriore, sostanziale aumento della liquidità è attesa dalla trasformazione strategica prevista nel 2023 dal piano industriale». Per quanto riguarda i prestiti, poi, la relazione ricorda che l’89% del book è coperto da garanzie.
Ma la parte che verrà analizzata maggiormente dai legali dei creditori è nella slide a pagina 12 in cui viene descritto il regime svizzero di risoluzione delle crisi bancarie. La banca ricorda il principio del «no creditor worse-off», ovvero che nel caso di una risoluzione della banca nessun creditore deve sostenere perdite maggiori che in caso di liquidazione. A tale scopo, veniva spiegato, la Finma deve effettuare un’apposita analisi costi-benefici che però – osservano molti investitori - non pare sia stata fatta nell’intervento su Credit Suisse, peraltro definito dal governo di Berna «operazione di mercato» e invece salvataggio e tantomeno risoluzione.
Eppure, come rappresentato nel documento della banca, la risoluzione dovrebbe essere la premessa essenziale per aggredire i bond subordinati. C’è una nota, scritta in caratteri minuscoli, in fondo alla slide: chiarisce che la Finma ha la discrezionalità – ma non l’obbligo – di «compensare gli ex azionisti», nonostante la «stretta e completa gerarchia delle perdite». Non solo. A pagina 11 la relazione ricorda un dettaglio essenziale: gli AT1 possono essere aggrediti solo se il cet1 scende sotto il livello del 5,125%. Una soglia che però non è mai stata dichiarata dalla banca. Per gli avvocati c’è già materiale per cause miliardarie.
Per la sola Pimco la perdita è di 340 milioni di dollari. Il gestore californiano è solo uno tra i grandi investitori scottati dall’azzeramento dei bond subordinati legato al salvataggio del Credit Suisse. Tra gli altri grandi nomi spiccano l’asset manager svizzero Gam, il cui fondo Gam Star Credit Opportunities ha il 4,81% dei suoi asset investiti nel debito AT1 di Credit Suisse, Nordea, il maggior istituto finanziario della regione nordica con 273 miliardi di masse gestite, e Lazard (7,4% del fondo Lazard Capital Fi). Seguono Franklin Templeton con il fondo FTGF WA Mcr OppBd (1,6% degli attività) e l’inglese Artemis Fund Managers (1,14%), mentre BlueBay ha scommesso su Zurigo lo 0,82% delle risorse del fondo Investment Grade Bond.
A censire i bondholder che hanno investito nei 16 miliardi di AT1 emessi dalla banca svizzera e inceneriti con i provvedimenti presi domenica 19 è stata la società di analisi sui fondi Morningstar. Quella presentata è una fotografia scattata sulla base delle più recenti informazioni rese disponibili da parte dei vari fondi ma non è detto che queste fossero le esposizioni a domenica, giorno dell’azzeramento dei bond. Tuttavia rende l’idea della diffusione di questi strumenti presso gli investitori istituzionali: in totale sono stati bruciati 16 miliardi di franchi svizzeri di obbligazioni subordinate.
Nel segmento degli Etf invece l’esposizione nei confronti dei bond AT1 di Credit Suisse è limitata: i più coinvolti sono i fondi di Invesco e Wisdom Tree, entrambi dedicati al debito del settore finanziario, mentre tra gli etf attivi più esposti c’è Purpose. (riproduzione riservata)