Se per un po’ non ci saranno ulteriori aggravi sulle bollette, già appesantite dalla nuova guerra del Golfo, parte del merito andrà riconosciuto anche all’Autorità per l’Energia. Con una misura apparentemente semplice e di rapida applicazione, il nuovo collegio guidato da Nicola Dell’Acqua ha deciso di sbloccare un tesoretto di un miliardo di euro per famiglie e imprese.
Domanda. Presidente, lei è a capo di Arera dal 1° gennaio 2026: come ha liberato questo miliardo?
Risposta. Decidendo di rinviare di un anno l’aggiornamento degli oneri generali di sistema. Le risorse derivanti da queste componenti della bolletta sono state sempre accantonate. In cassa avevamo due miliardi di euro: in questa fase abbiamo fatto una scelta controcorrente rispetto al passato, preferendo utilizzarne una parte a beneficio dei consumatori finali. In pratica ricorriamo alle risorse già disponibili per evitare nuovi aggravi in bolletta. Abbiamo ritenuto che, a fronte dei rincari su luce e gas per effetto delle tensioni in Medio Oriente, non fosse il caso di trasferire ulteriori costi su famiglie e imprese. A questo miliardo si aggiungono i circa 50 milioni già recuperati con un precedente intervento sul gas. Tirando le somme, se il decreto bollette, in tutto, vale alcuni miliardi, noi ne difendiamo almeno uno con un atto regolatorio.
D. Sulle bollette pesa anche il capacity market. In pratica si paga un contributo agli operatori che mantengono disponibili le centrali termoelettriche per la sicurezza del sistema. Si può intervenire su questa voce di costo?
R. Ci stiamo lavorando. Il capacity market continua a essere uno strumento essenziale per la sicurezza e l’adeguatezza del sistema elettrico (qui chi paga lo scudo anti-blackout). Oggi ha un impatto sulle tariffe di circa 2,5 miliardi di euro l’anno, ma svolge una funzione importante in un Paese in cui il gas pesa ancora per circa il 40-45% della generazione elettrica. Fino al 2028 il sistema resterà quello attuale, ma la riflessione sul dopo è già avviata. L’obiettivo non è eliminare il meccanismo, ma renderlo più efficiente. Vogliamo orientarlo progressivamente verso impianti caratterizzati da rendimenti più elevati, riducendone i costi e rafforzandone l’efficacia. Nel frattempo, l’ultima delibera Arera ha già spostato l’asticella, aumentando il rendimento di riferimento per il calcolo del prezzo massimo applicabile a tutti gli impianti che accederanno al meccanismo. L’obiettivo è duplice: diminuire i costi e accelerare la transizione verso la tecnologia più efficiente.
D. La sicurezza energetica è sempre al centro del dibattito. A che punto è l’Italia nelle infrastrutture?
R. Gli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia importante disporre di infrastrutture diversificate e di interconnessioni con l’estero. Il caso del gasdotto Tap è emblematico: è stato un progetto molto contestato, ma dopo la crisi tra Russia e Ucraina si è rivelato essenziale per la sicurezza degli approvvigionamenti perché sfrutta il corridoio Sud, riuscendo a portare fino in Puglia il gas dell’Azerbaigian. Più infrastrutture ha il Paese, maggiore è la sua resilienza. Penso per esempio all’Elmed, il collegamento elettrico tra Italia e Tunisia.
D. Sarà un’altra voce in bolletta?
R. Solo in minima parte. Elmed va letto nella stessa prospettiva del Tap, un’infrastruttura strategica che aumenta la sicurezza e la diversificazione degli approvvigionamenti. Entrerà in esercizio tra quattro e cinque anni e consentirà di importare in Italia energia elettrica generata da fonti rinnovabili tunisine, in particolare fotovoltaico. L’effetto atteso è un calmieramento strutturale del Pun in un Paese che resta esposto al gas e che paga bollette tra le più alte d’Europa. Il progetto vale circa 1,4 miliardi di euro ma, grazie al sostegno pubblico e comunitario, l’impatto sulle bollette italiane sarà limitato a circa 280 milioni, l’80% in meno del suo valore reale.
D. Il boom dei data center fa temere congestioni della rete. Qual è la posizione di Arera?
R. La nostra impostazione è quella di favorire modelli basati sui contratti Power Purchase Agreement, e su autoproduzione e autoconsumo. Chi investe in attività particolarmente energivore dovrebbe contribuire almeno in parte alla propria capacità produttiva. Questo approccio nasce dal confronto con gli operatori. Uno degli aspetti più interessanti delle consultazioni è stato proprio l’emergere di esperienze concrete e progetti innovativi. Abbiamo visto iniziative che integrano produzione energetica dedicata e sistemi avanzati di efficienza. In alcuni casi il riciclo dell’acqua raggiunge livelli prossimi al 95%, riducendo drasticamente uno degli impatti associati ai data center (qui le misure allo studio in Europa per disciplinare la corsa alle connessioni).
D. Dal suo insediamento ha voluto un ampio confronto con stakeholder, associazioni dei consumatori e operatori. Oltre ai data center, com’è andata?
R. È stata un’esperienza molto utile. Abbiamo ricevuto contributi importanti e, dopo i primi incontri, altri soggetti hanno chiesto di essere ascoltati. In una fase di grandi trasformazioni del settore energetico, il confronto diretto con operatori, imprese e consumatori aiuta a costruire un quadro strategico più solido e a individuare soluzioni concrete ai problemi del mercato.
D. Avete parlato anche del far west dei call center? Un vero tormento per milioni di consumatori.
R. Il confronto è servito anche per affrontare questa criticità. L’Italia detiene un record poco invidiabile: il maggior numero di venditori di luce e gas d’Europa, più di tutti gli altri Paesi messi insieme. Non solo i consumatori, ma anche chi opera secondo le regole ci chiede di individuare quelli scorretti. Abbiamo già condotto due campagne di vigilanza. L’obiettivo ora è introdurre strumenti che consentano di qualificare il mercato e tutelare i consumatori, valutando anche una certificazione standard per gli operatori. Tra le ipotesi allo studio c’è un sistema che ne leghi il comportamento al rispetto di determinati parametri, affiancando ai controlli e alle sanzioni strumenti capaci di valorizzare chi opera correttamente.
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