Il filotto di partecipazioni Banco Bpm-Anima-Mps, una dentro l’altra, era diventato uno spiedino molto succulento. Alla fine un gigante come Unicredit s’è fatto avanti per mangiarselo pagandolo carta contro carta, con azioni che finalmente, dal suo punto di vista, hanno raggiunto un livello soddisfacente per essere usate come merce di scambio. Ma bisognerà vedere se ci riuscirà.
Il momento per farsi avanti si è rivelato buono per due ragioni: la prima è che i prezzi potrebbero non tenere, se i tassi scenderanno. Dall’altro c’era il timore dello «straniero», quello con passaporto francese: Crédit Agricole. La banca d’oltralpe fortemente radicata in Italia ha quasi il 10% di Banco Bpm e avrebbe potuto fare in qualsiasi momento la mossa del ceo di Unicredit, Andrea Orcel. Che così ha preceduto il potenziale concorrente e messo un grimaldello che ha fatto saltare il nascente terzo polo bancario benedetto dal governo Meloni e orchestrato dal ministro Giancarlo Giorgetti vendendo il 15% di Mps alla cordata Banco, Anima, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin (Del Vecchio).
L’ops di Unicredit su Banco Bpm può quindi ridisegnare in profondità le geografie della finanza italiana. L’operazione arriverà oggi al cda di piazza Meda, che dovrebbe limitarsi a nominare gli advisor sulla congruità dell’offerta. Già ieri però diversi top manager dell’istituto sotto attacco valutavano con freddezza la proposta sia perché non concordata sia per il basso premio, appena lo 0,5%. Queste contrarietà potrebbe essere ammorbidite con un ritocco del prezzo in contanti, come fatto da Intesa Sanpaolo nell’ops su Ubi.
Ieri però il mercato si è interrogato anche sulle conseguenze che la mossa a sorpresa di Orcel avrà su altre importanti partite finanziarie. Prima fra tutte la nascita di un terzo polo del credito intorno a Mps privatizzato. L’operazione ha portato nel capitale il Banco (5%), Anima (4%), Caltagirone e Delfin (entrambi al 3,5%) per stabilizzare la governance senese attorno a un nucleo italiano. Come osservava ieri a caldo un banchiere, l’opa di Unicredit spazza via quell’operazione politica orchestrata male e condotta peggio: «Il mercato si è preso la rivincita».
Di tutt’altra opinione è Giorgetti che, nel giudicare l’opa «comunicata ma non concordata con il governo», agita lo spettro del golden power, confermato ieri sera da una nota ufficiosa di Palazzo Chigi: «Il governo farà le sue valutazioni e valuterà quando Unicredit presenterà la sua proposta per le autorizzazioni del caso». E sottolinea le difficoltà di Orcel alle prese con un doppio fronte, in Italia e in Germania con Commerzbank: «Il modo più sicuro per perdere la guerra è impegnarsi su due fronti. Poi chi sa magari stavolta questa regola...».
Ma uno stop all’operazione attraverso il golden power applicato a una banca italiana, che pure ha il fondo Usa BlackRock come primo socio al 7% (e che resterebbe tale post fusione al 6,7%), appare difficile senza esporsi a contenziosi. Lo spauracchio di un pantano giuridico-legale potrebbe essere una leva politica per ottenere da Orcel contropartite di qualche tipo, essendo Banco Bpm una banca da sempre vicina alla Lega, ieri la più vocale nel criticare Unicredit.
Bisognerà poi capire cosa faranno i nuovi soci di Mps come Caltagirone e Delfin. Ieri sera al Tg1, Orcel ha mostrato il ramoscello d’ulivo: «Quando si tocca il sistema bancario ci vuole cautela, quindi che valuteranno è la risposta corretta che ci aspettavamo». Dal canto suo il ceo del Banco, Giuseppe Castagna, ha le mani legate dalla passivity rule: potrebbe reagire solo portando in assemblea una fusione, magari con Mps, ma deve ottenere l’ok dei soci.
Un’ulteriore incognita riguarda Crédit Agricole, ieri silente. A Parigi il dossier Banco Bpm è noto da tempo: una sua opa sul Banco appare improbabile, visto che il gruppo francese è interessato più ai business ad alto contenuto commissionale di Banco Bpm (credito al consumo, assicurazioni) che non all’intero perimetro. Anche Agricole peraltro dovrebbe superare il vaglio del golden power.
Più plausibile che i francesi aderiscano all’opa, magari in cambio di contropartite. Unicredit potrebbe mettere sul piatto un rinnovo della partnership in scadenza nel 2027 con Amundi (il braccio armato di Agricole nel wealth management) o un consistente pacchetto di filiali come nel 2020 Intesa Sanpaolo fece con Bper. In alternativa, ma meno probabile, in cambio del suo 10% di Banco, Agricole potrebbe ricevere il 5% di Mps in mano a piazza Meda.
Ma dato che Orcel ha detto ieri che la sua banca «non ha ambizioni su Mps» non è escluso che dopo la fusione Unicredit-Bpm Siena resti autonoma, per poi eventualmente guardare in direzione di altri gruppi tricolori come Unipol-Bper. Non a caso ieri i titoli della galassia emiliana sono stati tra i più scambiati: è passato di mano il 7,9% del capitale di Bper e il 5,6% di Unipol, pur chiudendo in perdita (-1,7% e 1,44%). L’ops di Unicredit si inserisce anche sul fronte tedesco: «La nostra posizione in Commerz è un investimento. Non c'è una transazione, non c'è un accordo», ha detto Orcel. E alla stampa tedesca ha aggiunto: «L’eventualità di un accordo con Commerz si è ridotta, ma non a zero». (riproduzione riservata)