La valutazione della Bce è sostanzialmente negativa, se non una bocciatura. Sulle riserve auree della Banca d'Italia (e Bce) che, secondo l'ormai molto noto e riformulato emendamento Malan al ddl di bilancio in discussione al Senato, «appartengono» alla popolazione, interviene ora la Bce. Questa, a cui il governo, come prescritto dalla normativa comunitaria, ha chiesto il parere obbligatorio, ha sostanziali perplessità, che comunque erano da mettere in conto anche dopo la modifica della prima versione dell'emendamento in questione che originariamente attribuiva le riserve allo Stato.
Le osservazioni che Francoforte ha mosso sono uguali a quelle che, senza particolare competenza ma frutto di buon senso, sono state esposte su queste pagine nelle ultime settimane. I rilievi discendono dal fatto che la previsione sulle riserve viene inserita nella legge di bilancio, ma non produce gettito, dunque con evidente contraddizione. Si può aggiungere che lo stesso presentatore ha affermato che si tratta di una dichiarazione di principio e che, nell'ultima versione, ha la funzione di una interpretazione autentica della corrispondente normativa in materia valutaria, peraltro dimenticando che la fonte legislativa superiore è il Trattato Ue, del quale è singolare pensare che si possa dare un'interpretazione autentica con una legge italiana ordinaria, avendo per di più il Trattato rango di norma costituzionale. In quanto materia ordinamentale, l'emendamento - si deve aggiungere - non potrebbe figurare in una legge di bilancio.
Il secondo rilievo, fondamentale, evidentemente connesso al primo, riguarda la mancanza di chiarezza sulle finalità dell'emendamento. Di qui l'invito a una sua riconsiderazione. Escludendo, almeno per ora, che con l'emendamento si intenda preparare il terreno per mettere poi le mani, da parte del governo, sulle riserve perché si incorrerebbe in una serie di violazioni del Testo unico europeo e della Costituzione, l'unica strada da imboccare, a questo punto, sarebbe quella dello scorporo della norma dal ddl e del suo accantonamento.
In ciò si dovrebbe essere facilitati dalla posizione che la Bce assumerebbe in risposta alla richiesta della Commissione Ue di prestare garanzia sull'emissione di un prestito, a fronte dei beni russi congelati, per finanziare l'Ucraina. L'Istituto ritiene che ciò violerebbe il divieto di finanziamento monetario del Tesoro sancito dal citato Trattato. Qualora si nutrissero ulteriori speranze relativamente all'impiego delle riserve auree, si disporrebbe già di una risposta con questa che appare già un'opposizione della Bce.
Si deve sempre ricordare che le riserve, auree e valutarie, di un banca centrale sono destinate a concorrere alla tutela della stabilità della moneta e, dunque, all'esercizio della politica monetaria. Sarebbe veramente molto opportuno, se non doveroso, porre fine a questa vicenda. Alla base di tutte le considerazioni, come si ricava dalla opinion della Bce, è il rispetto dell'autonomia e indipendenza della Banca d'Italia e della Bce, un principio fondamentale per la democrazia economica, anzi per la democrazia tout court. Indipendenza che è sancita dal citato Trattato e si inscrive nell'articolo 47 della Costituzione sulla tutela del risparmio. (riproduzione riservata)