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Davide Turco, Indaco Venture
Davide Turco, Indaco Venture
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Così il biotech è diventato il settore trainante del venture capital italiano. Parla Davide Turco (Indaco)

29 agosto 2025, 20:00

Il merito più grande, secondo il manager, è aver coinvolto con successo gli investitori istituzionali nei round

Mentre ad eccezione di pochi nomi il venture capital italiano stenta a prendere slancio, c’è un settore che più di ogni altro si muove in controtendenza e fa gola agli operatori di mercato: il biotech e, più in generale, tutto quello che riguarda le scienze della vita. Primo comparto per importo investito nel primo semestre (119 milioni di euro, fonte Italian Tech Alliance-Growth Capital) il life science è un settore dove l’Italia riesce a primeggiare a livello europeo e ad affacciarsi a livello mondiale, grazie ad alcuni fattori.

I nomi forti del fondo Indaco Bio

Tra i fondi di venture attivi nel settore c’è Indaco Bio di Indaco Venture Partners sgr, società co-fondata e guidata dal managing director Davide Turco (che è anche presidente di Italian Tech Alliance) e dalla vice chiarman e key-manager del fondo Bio, Elizabeth Robinson. Tanti i nomi di startup promettenti nel mirino del comparto, spiega quest’ultima a MF-Milano Finanza: «Al 30 giugno 2025 aveva raccolto circa 97 milioni di impegni, a cui si potrebbe aggiungere prossimamente un ulteriore commitment fino a 18 milioni dalla Regione Lombardia nel nuovo fondo parallelo Indaco Bio Lombardia».

Tra le startup in fase di rafforzamento la manager indica «Sibylla, Alia e Freya, mentre stiamo al contempo sostenendo nuove sfide: Genespire, che ha chiuso una Serie B da 42,5 milioni; Tes Pharma, con la seconda tranche del Serie A per due asset di sviluppo; Iama Therapeutics, che con 15 milioni può proseguire in fase 2 sui disturbi del neurosviluppo». A queste si aggiungono «Valo Therapeutics (società italo-finlandese che a marzo ha chiuso un round da 19 milioni a cui hanno partecipato sia Indaco sia Cdp Venture, ndr), con una piattaforma innovativa nell’immuno-oncologia, e MicThera, spin-off accademico sull’impiego del microbiota in oncologia».

Il successo parte dalla ricerca

Perché il biotech, e perché ora? Risponde Davide Turco: «Già nel 2024 il comparto aveva già raggiunto un record di oltre 303 milioni, in crescita del 63% sul 2023». E questo per un motivo preciso: «Aree di interesse come l’oncologia, in particolare l’immuno-oncologia, le terapie geniche e il gene editing per malattie rare e il microbioma, che sta attirando l’interesse delle big pharma, sono ambiti capital intensive, ma l’Italia può contare su una solida base accademica e clinica che rende il Paese competitivo a livello internazionale».

Il ruolo di banche e casse di previdenza

C’è poi anche un altro motivo: il biotech, secondo Turco, è un settore in cui si è giù riusciti a mettere a sistema la combinazione di capitale pubblico, fondi di venture e investitori istituzionali di peso, tanto auspicata per l’intero venture capital tricolore. «Fondi come Indaco Bio hanno avuto il supporto del Fondo Europeo per gli Investimenti e di Cdp Venture Capital, affiancati da player privati come Intesa Sanpaolo, Quaestio e Inarcassa. Questa struttura ha consentito la crescita del settore». A livello normativo, aggiunge, «interventi come l’articolo 33 della Legge sulla Concorrenza possono favorire l’ingresso di nuovi istituzionali per cercare di avvicinare il volume degli investimenti a quello dei Paesi più avanzati».

Come crescere ancora

D’altro canto, rimane un problema strutturale: i round su startup italiane, anche se in crescita, non hanno ancora raggiunto dimensioni in grado di competere sul mercato internazionale. «A livello globale», evidenzia Turco, «le attività di m&a si stanno concentrando su aziende biotech con tecnologie avanzate e solidi dati clinici precoci che possono consentire alle grandi case farmaceutiche di rafforzare i loro portafogli più velocemente e con un rischio inferiore rispetto alla sola ricerca e sviluppo interna». Ad esempio, racconta, «nella prima metà del 2025 Johnson & Johnson ha acquisito Intra-Cellular Therapies per 14,6 miliardi di dollari». Per avvicinarsi a questi numeri è necessario in primo luogo costruire massa critica, ma il manager è ottimista: «Il gap da recuperare è ancora ampio e quela della massa critica è una partita fondamentale per tutto il mondo dell’innovazione italiana», conclude. «Non parlerei quindi di indipendenza dal pubblico, ma di una collaborazione strutturata». (riproduzione riservata)



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