Minacciare, trattare e aspettare. Sembrano queste le basi della strategia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine al conflitto con l’Iran: minacciare l’intervento della marina statunitense, alternare dialogo e chiusura sui piani proposti da Teheran e attendere che l’avversario sia costretto a chiudere i pozzi petroliferi, pieni fino all’orlo a causa del blocco dei porti imposto dalle forze statunitensi. E secondo il Tesoro Usa l’obiettivo ora sarebbe vicino: Teheran potrebbe dover chiudere i pozzi già la prossima settimana.
Gli Stati Uniti stanno «soffocando» l’Iran con un «blocco economico» che prende di mira innanzitutto le infrastrutture energetiche. La tattica è stata esplicata dal segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, in un’intervista rilasciata a Fox News il 3 maggio.
«Le loro infrastrutture petrolifere stanno iniziando a mostrare segni di cedimento», ha detto Bessent. «Non sono state sottoposte a manutenzione a causa delle sanzioni». In più, nelle ultime settimane l’Iran ha progressivamente ridotto la produzione di greggio per rallentare l’accumularsi delle scorte, al momento impossibili da vendere all’estero. I transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, il braccio di mare tra Iran e Oman da cui prima della guerra passava un quinto del petrolio a livello globale, restano infatti contingentati.
Teheran ha risposto alle manovre americane applicando una drastica razionalizzazione della produzione e mettendo i pozzi a riposo. Inoltre, il regime degli ayatollah ha iniziato a cercare depositi di fortuna (i cosiddetti «junk storage») come container in disuso e altre strutture improvvisate.
Nel tentativo di esportare almeno una piccola parte dell’oro nero è stata vagliata anche la possibilità di inviarlo in Cina via rotaia. Tuttavia, il Tesoro Usa sostiene che Teheran stia arrivando al limite.
Nel frattempo l’Opec+, l’associazione dei Paesi produttori di petrolio che comprende anche l’Iran, ha deciso di aumentare la produzione nella prima riunione dopo l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, il 3 maggio. Nel dettaglio, l’Opec+ ha concordato un incremento di 188.000 barili al giorno a giugno 2026. L’estensione coinvolge sette membri del cartello: Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman.
«I Paesi in questione continueranno a monitorare le condizioni di mercato e ribadiscono l’importanza di adottare un approccio prudente e di mantenere la massima flessibilità nell’aumentare, sospendere o invertire gli adeguamenti volontari della produzione annunciati nel 2023», ha spiegato l’Opec+ in una nota. Non una parola sul recente addio degli Emirati Arabi che, in contemporanea, hanno svelato investimenti da 55 miliardi di dollari in nuovi progetti nei prossimi due anni. (riproduzione riservata)