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Cosa resta del Pnrr: l’Italia evita la stagnazione ma l’impatto reale è a metà
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Cosa resta del Pnrr: l’Italia evita la stagnazione ma l’impatto reale è a metà

29 giugno 2026, 12:50 Ultimo aggiornamento: 12:51

Il governo ha incassato finora 166 miliardi dei 194,4 previsti, ma secondo la Corte dei Conti la spesa effettivamente rendicontata si ferma a 113,5 miliardi. Entro l’estate il governo punta a superare i 125 miliardi di investimenti certificati 

??????Dopo cinque anni, cala il sipario sul grande piano di riforme e investimenti pubblici finanziato dall’Unione europea, noto come Pnrr. Un progetto da 194,4 miliardi di euro la cui ambizione era ridisegnare il perimetro della politica economica italiana, accelerando cantieri, riforme e capacità di spesa della pubblica amministrazione. Ora, ai titoli di coda, gli obiettivi si confrontano con i progetti ancora aperti.

Formalmente il Piano nazionale di ripresa e resilienza scade martedì 30 giugno. Una data che rappresenta lo spartiacque amministrativo entro cui devono essere chiusi i cantieri e certificati i risultati per una parte consistente delle misure: ovvero quelle legate ai circa 45 mila progetti degli enti locali per un valore vicino ai 100 miliardi.

Nella pratica, però, il calendario si è già allungato: le procedure europee consentono la presentazione delle richieste di pagamento fino al 31 agosto e i bonifici potranno arrivare entro fine anno. Un’estensione tecnica, non politica, che certifica la prima verità: il Pnrr entra nell’ultimo miglio con un’architettura ancora in completamento.

Quando abbiamo speso (davvero)

Sul piano finanziario, l’Italia è il Paese europeo che ha ottenuto il maggior numero di risorse del programma Next Generation EU e quello che, almeno sul piano formale, ha rispettato tutte le scadenze concordate con Bruxelles. Il governo Meloni ha incassato nove rate per circa 166 miliardi di euro, pari all’85% della dotazione complessiva di 194,4 miliardi: di cui quasi 72 miliardi a fondo perduto e oltre 122 miliardi sotto forma di prestiti destinati a gravare sul debito pubblico.

Entro l’autunno arriverà la richiesta della decima e ultima rata, da 28,4 miliardi, subordinata al raggiungimento degli ultimi 159 obiettivi. La capacità di assorbimento delle risorse racconta però un’altra Italia. Secondo l’ultimo monitoraggio della Corte dei Conti, a febbraio risultavano spesi 113,5 miliardi: il 58% delle risorse programmate. L’esecutivo punta a superare il 65% entro la chiusura definitiva, mentre circa 24 miliardi di interventi saranno trasferiti su altri strumenti finanziari nazionali.

L’effetto sulla crescita

La fotografia restituisce un Piano profondamente diverso rispetto a quello approvato nel 2021. Nel corso dell’attuazione il Pnrr è stato rivisto otto volte. Molti obiettivi sono stati ridimensionati, altri cancellati, altri ancora rinviati. Una flessibilità resa necessaria dall’impennata dei costi energetici, dalla guerra in Ucraina, dall'inflazione e dalle difficoltà operative degli enti locali.

Sul piano macroeconomico, l’impatto del Pnrr è stato significativo ma non risolutivo. Le stime attribuiscono al Pnrr circa 2 punti percentuali della crescita complessiva registrata dall’Italia tra il 2022 e il 2025. Ancora più significativo è il dato prospettico: secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, nel 2026 gli investimenti legati al Piano contribuiranno per circa mezzo punto percentuale all’espansione del Pil, compensando quasi interamente la crescita prevista dello 0,6%. In altre parole, senza il Pnrr l’economia italiana rischierebbe una sostanziale stagnazione.

La fine del Piano sposta l’asse dei problemi dalla capacità di spesa alla capacità di gestione. Esaurito l’effetto dei fondi straordinari europei, l’Italia torna alle regole ordinarie della governance europea e alla gestione ordinaria della propria spesa pubblica. La palla passa interamente ai bilanci ordinari dello Stato e degli enti locali, chiamati a rendere produttivi investimenti che altrimenti rischiano di trasformarsi in nuovi costi fissi.

In cosa abbiamo speso: cantieri, sanità, digitale

Il Pnrr ha agito come acceleratore trasversale su infrastrutture, welfare territoriale e digitalizzazione. Ma con risultati disomogenei. Sul fronte degli asili nido, uno dei capitoli simbolo della milestone relativa alle infrastrutture sociali, la misura iniziale prevedeva lo stanziamento di 4,6 miliardi di euro per la creazione di 264 mila novi posti. Le successive revisioni hanno ridotto il target a 150 mila posti, per una dotazione ridotta a 3,8 miliardi, che porta l’Italia lontano dall’obiettivo europeo del 45% di copertura nella fascia 0-3 anni.

Sul fronte della sanità territoriale, il piano prevede la realizzazione di circa 1.038 Case della Comunità, oltre 400 Ospedali di Comunità e circa 600 Centrali operative territoriali. Le strutture risultano in larga parte completate sul piano edilizio, ma solo una quota minoritaria delle strutture (meno del 5%) risulta effettivamente attiva, frenata soprattutto dalla carenza di personale.

Sul versante delle politiche attive del lavoro, il programma Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori) da 5 miliardi ha coinvolto oltre 3 milioni di beneficiari in percorsi di formazione e reinserimento. I dati di outcome indicano tuttavia una conversione occupazionale disomogenea: tra il 40% e il 50% dei partecipanti risulta occupato a 12 mesi.

Più avanzata la componente digitale. La missione “digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA”, da 40 miliardi, ha portato a oltre 15 mila amministrazioni aderenti a PagoPA, mentre le identità digitali Spid e Cie superano 60 milioni di unità attive. Irregolare, invece, l’avanzamento delle infrastrutture e della transizione energetica.

Il capitolo ferroviario vale circa 25 miliardi e include interventi su alta velocità e linee regionali, tra cui Napoli–Bari, Palermo–Catania e Salerno–Reggio Calabria. Pur con il raggiungimento di diversi target intermedi, l’avanzamento fisico dei cantieri resta disomogeneo tra opere. Nel campo energetico, le Comunità energetiche rinnovabili hanno subito una revisione da oltre 3 miliardi a meno di 800 milioni, mentre altre misure su idrogeno, eolico offshore ed economia circolare sono state ridimensionate o riallocate nel corso delle successive modifiche del piano. (riproduzione riservata) 



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