Lo Strategist Day di Campari ha convinto quasi tutti gli analisti. Come previsto, «il management il 6 novembre ha delineato una strategia convincente su come e perché il gruppo prevede di tornare a una crescita organica delle vendite nette mid-to-high single digit nel 2026», commenta Citi. «Di conseguenza, le stime del consenso attuali sulla crescita organica delle vendite nel 2026 a +3,6% appaiono un punto di partenza realistico e non ci aspettiamo variazioni significative».
Il nuovo ceo (in carica dal 25 gennaio), Simon Hunt, è apparso «estremamente fiducioso» sulle capacità del gruppo di cogliere questo potenziale di crescita, grazie alla solida organizzazione e agli investimenti recenti in capacità produttiva e tecnologia, sottolinea Equita. In particolare, l’ad ha spiegato che il rallentamento della domanda di spirits negli ultimi 2-3 anni è più ciclico (80%) che strutturale (20%). Mentre la premiumisation continua, il portafoglio di Campari è perfettamente posizionato per capitalizzare su questi trend con gli aperitivi per lo Spritz.
Per Aperol è stata rimarcata l’opportunità «rilevante» di conquistare quote di mercato dalla birra premium. Con una quota attuale dell'1,5% nel segmento delle birre premium, la società continua a registrare un notevole potenziale di crescita in tutte le aree geografiche, ma soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, tenendo presente che un raddoppio della sua quota dell'1,5% nel segmento delle birre aggiungerebbe 750 milioni di euro alle vendite di Aperol. Mentre per il marchio Campari è previsto il lancio di Campari Spritz nel secondo trimestre del 2026.
Un elemento chiave della strategia futura di Campari è un portafoglio più mirato, con meno ma più forti investimenti sui brand principali. Attualmente il gruppo conta 72 marchi, ma solo 3 hanno guidato la maggior parte della crescita nell’ultimo decennio. Per questo motivo, il management ha segmentato il portafoglio e concentrerà risorse e marketing sul brand campione: Aperol (26% delle vendite); sui brand globali: Campari, Wild Turkey, Espolòn, Courvoisier (31% delle vendite); sulle future stars: Crodino, Russell’s, The GlenGrant, Lallier e Sarti (5% delle vendite).
Parallelamente, il gruppo ha individuato 30 marchi, pari al 9% delle vendite, non più allineati alla strategia attuale, a bassa crescita e con contributo limitato all’utile netto, che quindi verranno ceduti per semplificare il portafoglio con un impatto diluitivo sui margini.
Inoltre, il management ha parlato di opportunità di sviluppo geografico con i cinque marchi principali ancora concentrati solo sui rispettivi primi cinque mercati. L’intenzione, sottolinea Ubs, è aumentare la penetrazione nei mercati sviluppati e cogliere opportunità ancora non sfruttate nei mercati in via di sviluppo, sostenendo così la diversificazione e la crescita geografica.
Dando un’occhiata al bilancio, il margine lordo beneficerà della crescita del fatturato e delle efficienze sui costi (10-15% di recupero di efficienza nei costi di marketing). La stima di ebit margin organico 2026-2027 di Equita prevede un +120 punti base cumulati nei due anni (consenso +100 punti base).
Al contempo, dopo quattro anni in cui il gruppo ha mantenuto un livello di investimenti (capex) pari al 10% delle vendite nette, Campari tornerà a un livello normalizzato del 4-5% annuo del fatturato dal 2026 in poi (la sim stima 6%) con un rapporto debito netto/ebitda a 2-2,5 volte (nel 2026-2027 Equita si attende 2,3-1,8 volte).
Tutte queste indicazioni supportano l’idea di Equita che Campari possa continuare a sovraperformare i competitor, proseguire nel proprio percorso di deleverage e razionalizzazione del portafoglio, e sostenere una traiettoria di miglioramento dei margini organici. Dal punto di vista della valutazione, il titolo scambia su multipli interessanti: p/e 2026 di 17 contro 29 storico e sui minimi degli ultimi 10 anni.
Da qui la conferma del rating buy e del target price a 8 euro sull’azione (+0,78% a 5,694 euro in chiusura il 7 novembre; -7,7% questa settimana in scia alla notizia che la Guardia di Finanza ha sequestrato nella sera di venerdì 31 ottobre un pacchetto di azioni del colosso degli spirits per un valore di quasi 1,3 miliardi di euro alla Lagfin, la holding lussemburghese del presidente Luca Garavoglia con cui l’imprenditore milanese controlla con il 51,8% la società).
A detta di Banca Akros il nuovo top management ha presentato i pilastri della strategia che mira a preparare Campari a cogliere tutte le opportunità, anche nell’attuale contesto complesso di mercato, e a sfruttare pienamente la futura ripresa dei consumi. «Sebbene i benefici completi di questo processo si vedranno solo nel medio termine, riteniamo che le azioni strategiche presentate siano ragionevoli e confermiamo la nostra visione positiva sul titolo: buy con un prezzo obiettivo a 7,50 euro».
Citi è rimasta colpita dalle opportunità di espansione geografica e penetrazione dei brand della società, così come dal programma di efficienza che fornirà le risorse necessarie per aumentare gli investimenti nei brand e nei mercati principali. «Anche se le sfide nel breve termine restano, usciamo dal Capital Markets Day con la convinzione che Campari rappresenti ancora la storia di crescita più interessante nel settore degli spirits. Quindi», afferma Citi, «ribadiamo il rating buy e il target price a 7,75 euro».
Più cauta Ubs. Visto che Campari tratta a circa 18,6 volte l’ev/utile operativo netto dopo le tasse 2026, sostanzialmente in linea con le principali aziende European Staples, ma con un premio del 20% rispetto alle rivali Diageo e Pernod, ha ribadito il rating neutrral e il target price a 6 euro sull’azione, pur sottolineando che la riorganizzazione verso un modello di House of Brands, che dovrebbe consentire una più efficiente allocazione delle risorse e una migliore esecuzione locale, il percorso verso una leva finanziaria inferiore a 2,5 volte, la pausa nelle attività di m&a con un aumento dell’ottimizzazione del portafoglio dovrebbero essere accolti positivamente dagli investitori.
Ma non mancano gli aspetti negativi. In primo luogo, Campari mantiene una certa disciplina sui prezzi nell’attuale contesto di debolezza del settore, ma le categorie stanno attirando maggior concorrenza da parte di aziende disposte ad accettare margini più bassi. In secondo luogo, le capacità tradizionali di brand building di Campari sono maggiormente orientate al canale on-premise (bar, ristoranti), dove le preoccupazioni dei consumatori sulla capacità di spesa si sono accentuate», spiega Ubs.
«In terzo luogo, non è chiaro se il maggior impulso sui prodotti ready-to-drink, in particolare nel segmento Aperitivi, possa impattare negativamente i margini lordi e potenzialmente diluire l’equity dei marchi principali, soprattutto nei mercati meno maturi. In quarto luogo», conclude Ubs, «la cessione dei marchi non core a multipli bassi potrebbe ridurre gli utili se comportasse costi fissi non eliminabili. Infine, i produttori locali rappresentano ancora circa il 26% delle vendite (una quota simile a quella di Aperol) e sollevano dubbi sul fatto che livelli di spesa A&P inferiori alla media del gruppo siano sufficienti per sostenere la crescita in un contesto di concorrenza in aumento». (riproduzione riservata)