Il nuovo contratto nazionale dei bancari e la nascita di un polo del risparmio italiano sostenuto da incentivi fiscali. Questi sono stati alcuni dei temi al centro della prima giornata del 130esimo Consiglio nazionale della Fabi in corso a Milano. Un confronto che ha riunito vertici sindacali, banchieri e rappresentanti delle istituzioni, con l’obiettivo di delineare le coordinate del settore nei prossimi anni, tra rinnovi contrattuali e ridefinizione delle politiche di sostegno al risparmio.
Ad aprire i lavori è stato il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, davanti a una platea di circa 1.800 dirigenti sindacali. Il 2026, ha spiegato, rappresenterà un passaggio decisivo: ai tavoli con Abi e con le Bcc si discuteranno non solo gli aspetti economici del rinnovo, ma l’assetto complessivo della professione bancaria.
La trasformazione digitale digitale entrerà stabilmente nelle clausole contrattuali, incidendo sulla formazione continua, sulla gestione dei carichi di lavoro, sulla regolazione dei sistemi automatici di valutazione e sui limiti alle pressioni commerciali. In gioco non vi è soltanto l’adeguamento salariale, ma la definizione delle tutele in un contesto in cui algoritmi e intelligenza artificiale influenzano sempre più l’organizzazione aziendale.
Sileoni ha richiamato anche la centralità della contrattazione di secondo livello nei grandi gruppi bancari. È nei piani industriali e nelle riorganizzazioni che le strategie prendono forma concreta, incidendo direttamente sulla quotidianità dei dipendenti. I coordinamenti di gruppo, ha sottolineato, sono chiamati a un ruolo determinante: le scelte maturate a livello aziendale devono inserirsi in una visione coerente con la linea nazionale del sindacato, evitando frammentazioni e disallineamenti.
Patuelli ha reagito con prudenza: dopo un anno di discesa dei tassi, avverte che la guerra in Iran non è «l'ennesima guerra mediorientale», ma «una guerra molto più grave», con ricadute potenzialmente immediate sui mercati.
Se nel 2025 le commissioni legate alla gestione del risparmio hanno compensato il calo del margine di interesse e sostenuto utili record, ora lo scenario cambia: «se le Borse vanno giù a precipizio come stanno andando da qualche giorno, la gestione del risparmio quei miracoli che ha fatto negli ultimi anni non li fa». Le banche, ha aggiunto, non hanno «il corno della fortuna» e i rischi per la stabilità economica e finanziaria «sono da non sottovalutare già da subito».
Nel frattempo, Patuelli ha rilanciato l’ipotesi di un polo italiano del risparmio sostenuto da incentivi fiscali mirati, criticando l’idea di un’aliquota unica e puntando su misure che favoriscano investimenti di medio-lungo periodo. L’obiettivo, nella sua impostazione, è un meccanismo win win, vantaggioso per risparmiatori e Stato, purché si introducano incentivi chiari e si superino le incertezze decisionali nelle sedi istituzionali.
Il dibattito si è arricchito con gli interventi di esponenti di primo piano del settore. L’ex ceo di Unicredit e di Leonardo Alessandro Profumo ha commentato le recenti strategie di aggregazione, spiegando che di Andrea Orcel (attuale numero di Piazza Gae Aulenti) «non ho condiviso per niente la scelta di non comprare Mps» perché «sono convinto che sarebbe stato molto importante per creare una relazione forte con il sistema istituzionale italiano». Quanto alla scalata di Unicredit a Commerzbank, ha aggiunto: «È una buona mossa e sono abbastanza convinto che la banca la porterà a casa».
L’ex ceo di Intesa Sanpaolo e fondatore di Illimity Corrado Passera ha invece posto l’accento sull’innovazione tecnologica: «Fino a un certo punto oggettivamente la dimensione delle banche era la leva fondamentale. Poi sono arrivati internet, il mobile, ma soprattutto il cloud e per un certo momento è successo che le banche, anche medio piccole, potessero avere capacità di calcolo, qualità di servizi, economie di scala paragonabili alle grandi. E in quel momento - ha continuato Passera - mi son sentito di dire facciamo una banca specializzata nel credito. Abbiamo avuto poi i nostri problemi perché mi ero messo in testa che credito di sviluppo e credito cattivo potessero avere molte sinergie tra di loro e a un certo punto il mercato degli npl è crollato».
Secondo Passera, «è verosimile che per gli investimenti necessari a essere competitivi sul mercato, sia tecnologici che di personale, di nuovo la dimensione sia, non dico indispensabile, ma molto necessaria.
Se poi ci aggiungiamo il discorso della sovranità e come noi ci troviamo con banche relativamente piccole rispetto alle grandi di Usa e Cina anche per questa ragione, dovremmo fare di tutto per favorire la nascita di un certo numero di banche molto grandi». Sul palco sono intervenuti anche l’ex ceo di Mps Fabrizio Viola e l’ex ceo di Bper Piero Montani oltre al docente della Bocconi Riccardo Zecchina. (riproduzione riservata)