A quasi due anni dallo scoppio della guerra in Ucraina, con una situazione sul campo bloccata e opinioni pubbliche sempre più sfilacciate, si può provare a fare una valutazione distaccata degli scenari. La prima osservazione, banale ma sempre valida, è che fare affari con dittatori e delinquenti è tanto lucroso, quanto pericoloso. Fino a un certo punto, va tutto bene: acquistano aerei, auto, cibi e beni di lusso; offrono merci e sostanze varie, minerali o vegetali, da cui diventi dipendente; ti prestano i loro soldi o te li offrono da investire, in immobili e azioni.
Una giostra per tutti: felici i consumatori; riveriti i politici, perché salgono il Pil e gli scambi commerciali; ricchi i professionisti e gli intermediari. Ma un giorno, si scopre che di costoro non si può più fare a meno e ci si trova a pagare un conto pesante, o ci si accorge di essere meno liberi di quanto si pensasse.
Chi è sorpreso, è sprovveduto o ipocrita. Sotto sotto, sapeva che stava trattando con qualcuno dai principi e valori ben diversi (o no?) e che gli affari richiedevano un naso un po’ turato. Pecunia non olet è un detto antico, così come sono diffuse avidità e indifferenza.
Ora si tratta di capire se e a quanto si è disposti a rinunciare, per pagare un conto che ricade su tutti, così come su tutti piovevano i benefici. Per l’Italia i principi valgono più o meno del gas russo a buon mercato in case e fabbriche? O si barattano per il 20-30% in più che, anche a guerra finita, inevitabilmente dovrebbe costare l’energia? L’export di meccanica, moda e agroalimentare valgono più o meno della libertà calpestata di milioni di ucraini o altri popoli oppressi? Un conto salato arriverà anche quei governanti, non solo ucraini, che per decenni hanno rifiutato compromessi, scomodi e impopolari, ma che ora, per una comunque scomoda pace, faranno pagare assai anche alle popolazioni.
Pagherà pure Putin, che però, come altri dittatori, ha già deciso che il suo potere personale vale più di milioni di persone (non solo russi e ucraini), secondo lui già usi a miseri diritti economici e sociali e a milioni di morti. Lo zar ha messo in conto che le sue scelte lo sposteranno a oriente, nelle braccia di altri dittatori, più potenti di lui e capaci di pensare lontano. Per lui, diventare il possibile braccio armato e perno di un nuovo equilibrio tra Est e Ovest è una prospettiva accettabile; certo migliore che essere marginalizzato, come gli Usa vorrebbero.
Infine, l’Europa. Saprà trarre insegnamento dalla vicenda ucraina, nel trattare nei prossimi decenni con Cina e paesi arabi, da cui passa una grande fetta del Pil e del benessere europeo? Quale che sarà la scelta, avrà un costo: meno compromessi prima, più costi economici e politici a breve, o viceversa. Una UE più unita e vincolante saprà togliere l’unanimità e molti cosiddetti diritti nazionali? Un’idea a cui gli inglesi hanno sempre detto no e infatti sono usciti dalla UE; con costi sotto gli occhi di tutti.
Che cosa saranno disposti a pagare i polacchi o i baltici, ai quali il vassallaggio alla Nato porta soldi e protezione? E a cosa potranno rinunciare i partiti identitari di Francia, Germania, Italia e Ungheria? Ai soldi, ai voti o alla libertà, quale che essa sia, secondo le loro variegate opinioni? Nessuna certezza sulle possibili risposte, ma solo sulla ristrettezza del tempo per prendere delle decisioni.