Il nazionalismo del governo Meloni punta a rendere l’Italia quanto più indipendente possibile, anche dai detentori del debito pubblico. Ecco perché il «percorso di riequilibrio dei conti pubblici scelto dall’esecutivo risulta ancor più stringente della proposta originaria della Commissione e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha fatto della prudenza il suo baluardo». Questa l’opinione di Carlo Cottarelli, ex Fmi e ora direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, condivisa con MF-Milano Finanza.
Entrando nel vivo dei dati, il debito sta ancora salendo rispetto al pil «perché sconta gli effetti ritardati del Superbonus, che si sentiranno ancora per circa due anni», afferma l’ex Mr Spending Review e mancato premier. D’altro canto il deficit è sceso «ancor più di quanto atteso» e lo spread ha toccato il livello più basso scendendo ai minimi da aprile 2010. Non solo a «testimonianza del fatto che la stabilità e la prudenza sui conti pubblici del governo Meloni rendono l’Italia più credibile anche all’estero ma soprattutto con l’effetto di permettere alle casse pubbliche di risparmiare nel versare i tassi di interesse sul suo debito monstre».
Allo stesso tempo, anche le entrate continuano a salire nel bilancio statale, forse anche grazie ai passi avanti nella lotta all’evasione: dal 2017 al 2021 l'evasione si è ridotta da 107 a 82 miliardi. Le stime sul 2022-23 arriveranno in autunno ma il trend dovrebbe confermarsi, visto che le entrate nel 2023 sono state superiori alle previsioni (come pure avvenuto nel 2024). Pesa in positivo sicuramente «l’obbligo di fatturazione elettronica ma anche il maggior ricorso da parte dei cittadini a carte di credito nell’effettuare i loro acquisti». Per continuare su questa strada, suggerisce Cottarelli, bisogna evitare di «concedere condoni e incentivare ancora il digitale».
Quanto all’economia reale, il pil italiano risulta in crescita (+0,7%) leggermente meno della media dell’area euro (+0,9%). Il distacco non è enorme. Però, precisa Cottarelli, «siamo vicini alla media non perché noi abbiamo accelerato in maniera significativa ma perché la media europea ha rallentato soprattutto per la crisi tedesca».
Anche sull’occupazione il quadro è chiaroscuro. Certo a maggio di quest’anno si è raggiunto il record di lavoratori, con 24,3 milioni di italiani impiegati. Però i nuovi posti di lavoro «sono di scarsa qualità, garantiscono stipendi bassi e soprattutto corrispondono a un basso livello di produttività». Tanto che, prendendo ad esempio l’ultimo anno, «il pil è aumentato (+0,7%) molto meno dell’occupazione (+1,7%)».
L’Italia risulta però il Paese tra quelli del Sud Europa che è cresciuto e cresce meno. Se lo Stivale è infatti incrementato dello 0,7% negli ultimi tre anni, Grecia e Portogallo hanno segnato il +2% e la Spagna quasi il +3%. Questo per «quattro ordini di motivi», spiega ancora Cottarelli.
Innanzitutto la pressione fiscale è nettamente più bassa in Spagna: si parla di un 37% contro il 42,6% in Italia. Numero che «cresce ancora, toccando quota 48%, se si considera l’effetto dell’evasione sui contribuenti regolari».
Poi la burocrazia spagnola è «molto più snella e veloce». Per non parlare della giustizia: la media della durata dei processi civili in Italia è scesa da 8 a 5 anni e mezzo. Ma è ancora «troppo rispetto ai tre anni della Spagna». Per di più, le imprese e i cittadini spagnoli devono affrontare un costo dell’energia di gran lunga inferiore ai corrispettivi italiani. Anche perché, per l’economista venuto dal Fmi, «la Spagna non ha mai smesso di investire e di puntare sul nucleare».
A tutti questi aspetti si aggiunge il fatto che la Spagna può «contare su un flusso regolare di immigrati importante, perché riesce ad attrarre lavoratori da tutta l’America Latina, dove la lingua, la religione e la cultura sono le stesse». Una risorsa decisiva che contribuisce a smorzare la crescente difficoltà che riscontrano le imprese a trovare personale qualificato. Un gap tra domanda e offerta per di più «causato dall’invecchiamento della popolazione e dallo scarso tasso di natalità in Italia».
Tutti questi ostacoli non a caso sono i temi che le imprese italiane usano come risposta nei sondaggi sulle difficoltà che incontrano nel loro percorso di crescita. Sui primi aspetti (energia, burocrazia e pressione fiscale) secondo l’esperto di finanza pubblica «si può lavorare» mentre sul fattore immigrazione regolare «il discorso è molto meno concretizzabile».
Dal lato della spesa pubblica, una sfida importante e ancora difficile da inquadrare è la difesa. Le dinamiche geopolitiche e la comunità internazionale chiedono maggiori investimenti in sicurezza anche militare. E in particolare la Nato ha concordato che entro i prossimi 10 anni la percentuale di pil speso per la difesa deve salire al 5%, di cui 3,5 punti destinati alla dimensione militare vera e propria mentre il restante per tutto il correlato alla sicurezza. Per l’Italia, che oggi spende il 2% del pil in difesa, arrivare al 3,5% significherebbe passare dai 44 miliardi attuali a oltre 76 miliardi. Un numero importante ma da spalmare su 10 anni «quindi non è certo impossibile».
Allo stesso tempo però si stima che, ricorda Cottarelli, nel prossimo decennio i fattori demografici richiederanno una spesa pubblica maggiore di 1,5 punti di pil per garantire assistenza sanitaria e pensioni. Quindi tra difesa e welfare si tratterebbe di aumentare la spesa pubblica in 10 anni del 3% ossia, al netto degli interessi, sarebbero 47 miliardi di euro da qui al 2035. Considerando che la spesa pubblica, anche al netto degli interessi, è superiore al 1000 miliardi, non è un compito impossibile, ma visti i risultati passati, non è neppure semplice». (riproduzione riservata)