L’Italia rallenta nel 2025, ma riprende slancio nel 2026 (+1%). Il Centro Studi di Confindustria ha rivisto al ribasso le stime della crescita del pil 2025 a +0,6% da +0,9% previsto a ottobre 2024, ascrivibile, in larga parte, «alla debolezza della seconda metà del 2024 e al peggioramento del quadro macroeconomico nel quale si contrappongono forze di segno opposto».
Un’eventuale escalation protezionistica che comporti un persistente, invece che temporaneo, innalzamento dell’incertezza (+80% sul 2024), l’imposizione di dazi del 25% su tutte le importazioni americane, comprese quelle dall’Europa, e l’applicazione di ritorsioni tariffarie sui beni di consumo Usa esportati, avrebbe secondo il CsC un impatto cumulato negativo sul pil italiano, misurato come scostamento rispetto allo scenario base, del -0,4% nel 2025 e del -0,6% nel 2026.
«Sarà fondamentale capire cosa succederà sui dazi per un Paese come il nostro, avendo un saldo positivo di 100 miliardi. Non possiamo pensare che i dazi per noi non siano un problema. La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, e sicuramente se stasera verranno applicati i dazi all’Europa, sarà un ennesimo stop alle nostre imprese e alle nostre industrie». Così il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha aperto il convegno organizzato per la presentazione del rapporto primaverile del Centro studi di Confindustria, in corso a Roma.
«In momenti difficili come questo servono misure straordinarie e coraggio straordinario, abbiamo bisogno che il nostro governo abbia coraggio e l’Europa cambi rotta. Serve fiducia. Noi abbiamo bisogno che ci siano politiche serie dell’Europa e del nostro Paese che mettano al centro l’industria italiana», ha aggiunto Orsini, sottolineando che «serve un piano strutturale per l’Italia e per l’Europa.
Tornando al rapporto, il CsC descrive lo scenario internazionale come «sempre più frammentato». Nel biennio 2025-2026 la crescita del pil mondiale è attesa sostanzialmente stabile, intorno al +2,7% annuo, su ritmi vicini alla media pre-pandemia (+2,8% annuo nel 2012-2019). «È il risultato di un rallentamento dell’economia Usa, danneggiata dai dazi, di un consolidamento della crescita dei paesi emergenti e di una dinamica in lieve miglioramento nell’Eurozona, seppur su valori bassi», osservano dal Centro studi di viale dell’Astronomia.
Il commercio mondiale di beni è tornato in modesta espansione nel 2024 (+1,8%) ma il sentiero di crescita è rivisto al ribasso per l’anno in corso (+2%, dal +2,8% atteso in precedenza), perché «l’incertezza frena innanzitutto gli scambi con l’estero, e risale gradualmente nel prossimo anno» (+2,5%, su ritmi ancora inferiori a quelli del pil). In questo scenario, continua la ricomposizione degli scambi globali tra blocchi economici: l’interscambio Usa-Cina è diminuito del 14% nel 2023-2024 rispetto al biennio precedente, quello Ue-Cina è sceso del 7%, mentre quello tra Ue e Usa è molto aumentato.
Più in generale mentre la Cina ha ridotto gli scambi con il resto del mondo, gli Stati Uniti li hanno aumentati: si amplia di conseguenza la distanza tra i due principali beneficiari di investimenti diretti esteri. La Cina per il secondo anno consecutivo vede ridursi i capitali esteri attratti (-29%), gli Stati Uniti mantengono il loro primato come meta per gli investimenti esteri, e l’Europa che continua a perdere attrattività.
Negli ultimi 10-15 anni, l’Europa ha progressivamente perso di competitività nei confronti di Stati Uniti e Cina. Dal 2007 a oggi l’Unione ha registrato una crescita media del +1,6% annuo, contro il +4,2 degli Stati Uniti e il +10,1 della Cina, a prezzi correnti. Ne risulta che il gap accumulato con gli Stati Uniti dal 2007 è di oltre 70 punti percentuali di pil.
«Siamo stati efficacissimi a mantenere le barriere interne. Anche senza i dazi, ci eravamo creati già dei problemi da soli», ha osservato Alessandro Fontana, il direttore del Centro Studi di Confindustria. «Questo è dovuto a un sistema europeo che ha mantenuto un sotto-dimensionamento delle imprese, che equivale a una loro ricapitalizzazione». E quindi che fare per rendere più attrattiva l’Europa?», si è domandato retoricamente il direttore: «Si potrebbe, per esempio, completare il mercato unico dei capitali».
Secondo stime del Fmi, questi fattori (il mancato completamento del mercato unico europeo e la mancata armonizzazione di alcune regole) possono aumentare del 44% i costi di produzione dei beni manifatturieri, del 110% per i servizi. Negli Usa il peso di queste barriere per il commercio di beni fra Stati vale circa il 13%. Se l’Ue riuscisse a diminuire queste barriere al livello degli Stati Uniti, la produttività aumenterebbe del 6,7%. (riproduzione riservata)