Sono due le date da tener presenti per avere il quadro della politica monetaria a livello rispettivamente europeo e americano, con le ovvie proiezioni internazionali: giovedì prossimo, 24 luglio, si riunisce il Consiglio direttivo della Bce; il 29 e 30 successivi sarà la volta del Comitato monetario della Fed.
Quanto a Bce, mentre prima appariva sicuro l’orientamento per un taglio dei tassi di interesse di riferimento per 25 punti base, nelle ultime settimane sembra affermarsi l’ipotesi di lasciare immutato l’attuale livello del costo del denaro (2%), mentre per la Fed siamo ancora nel pieno della querelle al calor bianco tra Donald Trump - che chiede addirittura una riduzione dei tassi di tre punti - e Jerome Powell.
Quest’ultimo motiva la sua posizione di resistenza con le gravi incertezze introdotte dai dazi e dall’inflazione a giugno in leggera risalita al 2,7%. L’indebolimento del dollaro ha portato qualche osservatore nel Vecchio Continente a sostenere l’opportunità che all’introduzione dei dazi si risponda con una manovra della Bce per rilanciare la competitività agendo sul cambio dell’euro.
Fatte le debite differenze, non si può non ricordare l’industria italiana - soprattutto negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso - che periodicamente spingeva per una svalutazione della lira per recuperare quella competitività che non riusciva a conseguire con le operazioni necessarie di ristrutturazione e di riconversione.
L’impiego della leva monetaria con l’accennata finalità integrerebbe un’azione di supplenza dell’Unione e dei governi nazionali i quali, benché in presenza di sfide straordinarie, dimostrerebbero l’incapacità di svolgere il proprio ruolo. Sotto il profilo dell’effetto-annuncio e delle aspettative, si avvertirebbero dopo poco tempo le conseguenze negative per l’autonomia della Banca centrale e per il finanziamento del debito pubblico. In sostanza, si presenterebbe un quadro del venir meno delle funzioni essenziali di diversi Stati e dell’Unione e di una sorta di delega piena alla Bce.
Altra cosa sarebbe definire un assetto di coordinamento tra politiche economiche e di finanza pubblica nell’area e politica monetaria, ferme restando le reciproche autonomie. Il fatto che il livello dell’inflazione sia uguale al target della Bce, che sta a significare il conseguimento della stabilità dei prezzi anche se non ancora in una prospettiva di medio termine, presenterebbe lo spazio per un dosato taglio anche il 24 prossimo.
Nelle Considerazioni Finali del maggio scorso, il governatore di Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha detto che un ulteriore apprezzamento dell’euro, un aumento dell’incertezza o delle condizioni finanziarie più restrittive potrebbero amplificare l’impatto recessivo dei dazi. Ha inoltre aggiunto che lo spazio per ulteriori riduzioni dei tassi si è assottigliato dopo i tagli già effettuati. Tuttavia il quadro macroeconomico resta debole e le tensioni commerciali potrebbero causare un deterioramento.
In sostanza non sembra facile decidere un nuovo abbassamento. Va ricordato però che raggiunto il target del 2% scatta l’obbligo per Bce di supportare le politiche economiche dell’area e l’occupazione. Siamo sempre nel campo del raccordo, non della surroga della manovra monetaria nell’inerzia delle altre leve che, invece, per prime devono essere attivate.
Negli Usa, invece, la decisione della Fed è diventata completamente politica, relegando in secondo piano la valutazione dell’inflazione anche come conseguenza del possibile boomerang dei dazi, del livello del debito e del suo rifinanziamento, nonché del dollaro. Qualsiasi sia la decisione, data la sconsiderata condotta di Trump verso Powell, tutto verrà interpretato come allineamento nei confronti di Trump o come reazione contraria ai suoi diktat.
È probabile che Powell parlerà in conferenza stampa dopo la riunione del Comitato monetario e sarà interessante verificare come si esprimerà, sull’autonomia della Fed e sul suo mandato. In un momento in cui servirebbe una Banca centrale all’altezza delle migliori tradizioni, Trump sembra fare di tutto per andare in direzione opposta e per stimolare effetti imitativi in altre parti del globo.
Chi scrive ha vissuto dall’interno la vicenda eversiva che vide poteri occulti, magistrati, politici, giornalisti e banchieri coalizzati in una trama destabilizzante che finiva con l’attentare - con l’assalto a BankiItalia e alla sua indipendenza - alla democrazia. Due integerrimi servitori dello Stato, il governatore Baffi e il vice dg Sarcinelli, furono brutalmente attaccati e inquisiti. Poi in ogni sede, a cominciare da quella giudiziaria, si riconobbe la loro assoluta integrità insieme a rigore e a competenza professionale. Lasciamo stare dunque i raffronti privi di fondamento. (riproduzione riservata)