Nervi tesi e incontri che si susseguono per trovare una soluzione al taglio del Fondo sul cinema e l’audiovisivo, deciso in Manovra, che in una versione attenuata, è stato ridotto a 150 milioni (dai 190 iniziali) nel 2026 e 200 milioni (dai 2024) nel 2027. «Stiamo argomentando le nostre ragioni e chiedendo il reintegro del Fondo. Vogliamo che resti ai livelli degli ultimi anni, cioè intorno a 700 milioni. La cosa più importante, in un settore industriale come il nostro, dove i progetti vengono costruiti e finanziati in anni di lavoro, è la certezza delle normative», dice Alessandro Usai, presidente di Anica, l’Associazione nazionale delle industrie cinematografiche audiovisive e digitali.
Domanda. Cosa chiedete come associazione?
Risposta. Quello che chiediamo non è che le regole non vengano modificate, ma che ci sia dato il tempo per adeguarci. Le produzioni di serie e film costano milioni di euro. Se manca anche solo il 10% della somma necessaria o c’è il dubbio che le produzioni possano fermarsi, si arriva alla paralisi.
D. Non si fermano le polemiche sul tax credit...
R. Negli anni tutti i grandi Paesi europei hanno adottato misure di tax credit, perché questa è un’industria che se viene sollecitata genera occupazione. Se si deve costruire un’azienda nel settore dell’industria pesante servono decenni, se si vogliono invece produrre film e serie serve decisamente meno tempo, con ricadute molto positive su quel territorio.
D. Quali sono i rischi se si taglia il Fondo?
R. Se si limitano gli incentivi, il pericolo è che succeda quanto già accaduto 20 anni fa, e cioè che le produzioni italiane si spostino verso i Paesi dell’Est Europa dove i costi sono più bassi, con conseguenze naturalmente negative per le nostre maestranze. Già i mestieri legati al cinema e all’audiovisivo sono precari. Gli incarichi non sono a tempo indeterminato, ma a progetto. E se i progetti diventano sempre più sporadici è facile arrivare alle conseguenze.
D. Oltre all’aspetto occupazionale, è innegabile quello culturale...
R. In generale l’audiovisivo è la parte più moderna della nostra cultura. E la cultura è il petrolio dell’Italia. Sull’indotto e in particolare sul turismo l’effetto volano è evidente. Gli studi recenti mostrano che oggi una scelta su tre come destinazione turistica è condizionata dai prodotti audiovisivi che lo spettatore ha visto.
D. Ma come si riporta il pubblico in sala? I dati Cinetel al 13 novembre, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, indicano un calo delle presenze del 4,5%, più attenuato rispetto alla Spagna (-6,5%), per non parlare della Francia (-17,4%), mentre la Germania in controtendenza segna +2,6%.
R. Il tema del cinema in sala è molto ampio. Il cinema italiano in sala è tornato ai livelli pre-covid, quello americano invece no, perché sono arrivati meno film. Molti prodotti vanno direttamente in streaming senza passare dalla sala. Entro la fine dell’anno arriveranno in sala il nuovo Avatar e il film di Zalone, che speriamo portino pubblico. La nostra stima è di chiudere il 2025 sui livelli dello scorso anno, intorno a 70 milioni. Guardando poi ai generi continuano a incassare bene in sala i film per famiglie, meno quelli per adulti.
D. Come dovrebbero riorganizzarsi le sale?
R. In generale per la sala la situazione è complicata. Va detto però che molte sale si sono giustamente attrezzate per non proiettare solo film.
D. Dalla Rai dovrebbe arrivare un maggiore sostegno al sistema audiovisivo nazionale, sull’esempio di quanto succede in altri Paesi europei?
R. Siamo il Paese con il canone più basso in Europa. Il ruolo della Rai è fondamentale, ma si parte proprio da questo dato.
D. È d’accordo su meno aiuti al prodotto e più alle aziende, come molti chiedono?
R. Sarebbe molto auspicabile, ma il sostegno al prodotto c’è perché esiste l’eccezione culturale e non bisogna dimenticarlo. In un mondo raccontato per immagini l’audiovisivo è fondamentale. Oggi come Italia se non ci sei come prodotto audiovisivo non esisti. Pensiamo all’esempio della Corea del Sud che è diventata leader sia nell’industria audiovisiva sia in quella musicale. (riproduzione riservata)