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Cinema, la crisi si può superare così: parlano Marina Marzotto e Riccardo Tozzi

di Ester Corvi
11 novembre 2025, 17:30 Ultimo aggiornamento: 18:08

I due produttori, tramite l’associazione Dedalus, promuovono il ruolo dell’original producer e ritengono che l’internazionalizzazione sia una delle vie di crescita del settore. Che ha tanti problemi da affrontare: dalla rigidità delle finestre al sostegno alle aziende

Dedalus, l’alleanza dei produttori originari, è un’iniziativa nata da poco, ma che sta registrando crescenti adesioni. La presidente Marina Marzotto (Propaganda) e il vicepresidente Riccardo Tozzi (Cattleya) spiegano che si tratta di un’associazione che nasce con l’obiettivo di valorizzare la figura dell’original producer (produttore originario) e il suo ruolo nell’ambito del processo creativo e produttivo. «Stiamo cercando di fare un’operazione europea per la definizione di original producer, perché riteniamo che il nostro non sia un lavoro localistico e che una possibilità di crescita del cinema italiano sia sicuramente l’internazionalizzazione. Siamo partiti così dalla semantica perché in Europa non abbiamo le stesse parole per definire lo stesso mestiere». In sintesi, il produttore originario è la guida che, grazie alla sua esperienza e alla sua professionalità, individua la strada migliore da percorrere.

Domanda. Il cinema sta vivendo una fase complessa. È un’industria sostenibile?

Marina Marzotto. Le industrie sono sostenibili dal momento in cui hanno regole chiare. Credo che questo sia in punto derimente della situazione degli ultimi tre anni. Diventano insostenibili laddove invece le regole cambiano troppo spesso perché costruire la progettualità di un film, sia dal punto creativo sia economico-finanziario, impiega due anni. E, se abbiamo un quadro di finanziamenti che si sposta ogni sei mesi, ovviamente diventa insostenibile.

Riccardo Tozzi. Bisogna poi distinguere fra serialità e cinema, perché hanno due sistemi economici diversi. La serialità ha una sua maggiore autonomia, mentre il cinema, che è sottoposto a una più forte concorrenza, va sostenuto maggiormente.

Domanda. La concorrenza fra streaming e sala si sente sempre di più..

Marina Marzotto. C’è una peculiarità del mercato italiano. Nel cinema, se andiamo a guardare quello francese, spagnolo e anche belga, che è notevolmente più piccolo rispetto al nostro, le finestre (n.d.r le finestre temporali per lo sfruttamento dei diritti) si vendono separatamente. In Italia invece abbiamo una forma di rigidità di mercato che consiste nel vendere i full rights normalmente al distributore theatrical, perché questo possa recupera il pna dei diritti successivi. Si tratta di un aspetto che merita senz’altro una conversazione da avviare sul mercato italiano, perché per esempio io vengo da un’azienda che lavora molto in co-produzioni e vedo i nostri co-produttori stranieri che costruiscono i loro budget vendendo separatamente i diritti.

Domanda. Oltre a questo, quale altri aspetti sono migliorabili?

Riccardo Tozzi. A mio avviso sarebbe auspicabile un aumento dei contributi automatici. Un’azienda che li vince ha una maggiore possibilità anche nella fase di sviluppo, che è una fase creativa. Avere un sistema che va verso un meccanismo meritocratico, permette di sviluppare meglio anche ulteriori progetti.

Domanda. C’è anche il problema di riempire le sale. Come si affronta?

Marina Marzotto. Dagli anni Settanta esiste il Direct to video. Il film è un formato. Oggi noi lavoriamo su diversi formati. Il cinema è una convenzione. Per fare un paragone con la moda, il film che va in sala dovrebbe essere l’haute couture del settore audiovisivo. Allora la mia provocazione è che nel regolamentare l’obbligo di uscita in sala di alcuni film bisognerebbe partire dal fatto che c’è cinema alto, cinema di puro intrattenimento e cinema televisivo. L’obbligo di uscita in sala per tutti è un errore di partenza perché, se lo spettatore è deluso da quello che vede in sala, ci mette un po' di tempo a tornarci. In sala dovrebbe andare la crème de la crème del cinema, la piena espressione artistica dell’audiovisivo.

Riccardo Tozzi. Penso che come produttori quello che facciamo vada comunicato meglio. In Italia c’è l’idea che il cinema debba essere fatto per far esprimere i talenti, è vero quando si tratta di farli emergere, ma bisogna ricordare che il primo committente è il pubblico. Questa situazione ci porta a una dipendenza sempre maggiore e malata dallo Stato, che è una cosa sbagliata. È importante che lo Stato sostenga il cinema e lo faccia bene ma, ribadisco, non dobbiamo dimenticare che il nostro primo committente è il pubblico. L’Italia potrebbe essere più presente nell’immaginario mondiale perché abbiamo le risorse, ma dobbiamo sfruttarle al meglio. Il nostro ruolo di produttori è fondamentale e vogliamo esercitarlo al meglio.

Domanda. Le aziende nazionali dell’audiovisivo sono state più target di acquisizioni, che protagoniste. Colpa della finanza che non le ha sostenute?

Marina Marzotto. Una cosa che sarebbe importante fare e che questo Paese è riuscito a realizzare poco storicamente è aiutare le aziende a fare fusioni, a costruire gruppi più grandi. Se guardiano da dove vengono i maggiori gruppi europei (Regno Unito, Germania, Francia), possiamo notare che vengono da sistemi che aiutano le aziende a competere. Noi abbiamo fondi destinati essenzialmente al prodotto, non allo sviluppo delle aziende. E questa è una mancanza grave. (riproduzione riservata)



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