Non solo petrolio. Nell’imbuto dello Stretto di Hormuz, da settimane bloccato dall’Iran che consente il passaggio di poche (e selezionate) imbarcazioni, sono rimaste impantanante numerose materie prime. Compresi elementi chimici come elio e bromo, indispensabili per la fabbricazione di chip e altri semiconduttori.
L'elio, in particolare, è spedito in giro per il mondo in dosi massicce dal Qatar, che da solo produce il 34% dell’elio a livello globale. Nel caso del bromo, invece, il 50% della produzione arriva da diversi Paesi del Medio Oriente che lo inviano alle fabbriche di semiconduttori a partire dalla taiwanese Tscm, leader globale in questo campo.
«Le navi sono per la maggior parte ora costrette a passare per il Capo di Buona Speranza aggiungendo tra i 15 e i 19 giorni di navigazione, aumentando i costi e i tempi di consegna», osserva David Pascucci, market analyst di Xtb. «Ovviamente la situazione relativa al petrolio implica un aumento dei costi di produzione importante, ad esempio Taiwan importa il 97% della sua energia e questa viene in gran parte importata da Australia e Stati Uniti mentre un terzo viene dal Qatar».
Per Tsmc le difficoltà di approvvigionamento si riflettono già nell’andamento sul mercato, con un calo di circa il 9% a Taipei e del 14% alla borsa di New York nell’ultimo mese. «Seppur abbia dei fondamentali buoni, con un fatturato in crescita di circa il 20% all’anno e utili in continuo aumento, vediamo dei ribassi dell’ordine del 18% dai massimi di febbraio», aggiunge Pascucci. «Il conflitto in Medio Oriente ha avuto le sue ripercussioni. Potremmo assistere a un proseguimento dei ribassi nei prossimi mesi. L’area interessata è quella dei 350-390 dollari, prendendo come riferimento il titolo quotato in dollari, area di massimi da osservare e dai quali potremmo vedere ribassi che potrebbero durare nel tempo».
I problemi di rifornimento non riguardano però solo Tsmc. In Europa il player di riferimento è Asml (-10% in un mese ad Amsterdam). L’azienda olandese è specializzata nella produzione di macchine litografiche che sono utilizzate per fabbricare i microchip. «Nulla da dire dal punto di vista fondamentale, ma la situazione tecnica vede un ribasso importante su base mensile, dove di fatto sono stati violati i minimi di febbraio e sono tre mesi che il titolo non aggiorna massimi in area 1.300 euro», sottolinea Pascucci.
Infine, Nvidia. Il colosso statunitense non produce concretamente chip, ma ormai fa da cartina tornasole per lo stato di salute del settore. Nvidia «nel 2025 ha superato i 200 miliardi di dollari di fatturato, stiamo parlando di un grandissimo player che al momento soffre come tutto il mercato azionario», conclude l’analista. «I fondamentali per il momento sono ottimi, il problema è nelle quotazioni. Siamo tornati a ridosso dei 170 dollari, livelli visti a settembre 2025. Potremmo assistere a forti ribassi nel lungo termine». (riproduzione riservata)