Ogni anno nella dichiarazione dei redditi, c’è una casella che sembra piccola e invece muove molto denaro pubblico. È quella del 5x1000: una scelta rapida, spesso fatta in pochi secondi, che permette al contribuente di destinare una quota della propria Irpef a enti del Terzo settore, ricerca scientifica, ricerca sanitaria, Comuni, associazioni sportive dilettantistiche, beni culturali e aree protette.
Il punto decisivo è che il 5x1000 non è una tassa in più. Non aumenta l’imposta da pagare e non riduce eventuali rimborsi. È una quota dell’Irpef già dovuta allo Stato che, per scelta del contribuente, viene indirizzata a un soggetto ammesso al beneficio. Per questo la formula “non costa nulla” è corretta, purché si comprendano bene i contorni: quei soldi non nascono dal nulla, sono risorse fiscali che vengono sottratte alla destinazione generale e assegnate a finalità considerate di interesse pubblico.
Il meccanismo nasce con la legge finanziaria per il 2006, inizialmente in forma sperimentale. Negli anni successivi viene rifinanziato più volte e poi stabilizzato, fino a diventare una componente ricorrente dell’economia sociale italiana. All’inizio poteva sembrare uno strumento accessorio. Oggi è uno dei canali attraverso cui una parte del Paese sostiene servizi e progetti che intercettano bisogni concreti dalle malattie alle fragilità sociali, dalle emergenze territoriali allo sport di base, passando per tutela del patrimonio e as- sistenza di prossimità.
Il peso economico è ormai rilevante. Per l’anno finanziario 2024, gli elenchi pubblicati indicano 91.012 soggetti ammessi e quasi 523 milioni di euro da ripartire in base alle preferenze dei contribuenti. Numeri che spiegano perché il 5x1000 sia diventato, per molte organizzazioni, molto più di una campagna annuale di comunicazione. È una voce di bilancio, una leva di pro- grammazione e talvolta una condizione di continuità.
La forza del sistema sta nella somma di decisioni individuali minuscole. Una firma può valere pochi euro, qualche decina, talvolta di più in base all’Irpef del contribuente. Da sola sembra poca cosa. Sommando milioni di firme, però, si finanziano iniziative fondamentali sul territorio nazionale e fuori. Il 5x1000 non va confuso con l’8x1000 e con il 2x1000. L’8x1000 riguarda lo Stato e le confessioni religiose ammesse. Il 2x1000 riguarda i partiti politici. Il 5x1000, invece, riguarda soprattutto non profit, ricerca e attività di utilità sociale. Le tre scelte possono convivere nella stessa dichiarazione: indicarne una non impedisce di esprimere anche le altre.
A rendere interessante il 5x1000 non è solo il suo funzionamento fiscale. È il fatto che il cittadino interviene su una piccola porzione della spesa pubblica. Non decide nuove politiche, non vota un bilancio e non si sostituisce allo Stato. Però indirizza una parte dell’Irpef verso soggetti che ritiene affidabili. In questo senso il 5x1000 è anche una misura di fiducia: premia gli enti conosciuti, quelli capaci di comunicare, quelli percepiti come utili, vicini, credibili.
Proprio qui sta anche il suo limite. Il 5x1000 non misura automaticamente il valore sociale di un ente. Misura anche la sua reputazione, la sua visibilità, la capacità di farsi ricordare. I grandi marchi della ricerca, della sanità e del non profit partono avvantaggiati. Le organizzazioni territoriali più piccole, magari decisive nella vita quotidiana di una comunità, spesso competono con strumenti più poveri.
Eppure il senso del 5x1000 resta potente: una scelta fiscale individuale diventa una decisione collettiva diffusa. Non sostituisce la responsabilità pubblica e non dovrebbe diventare un alibi per arretrare sui servizi essenziali. Ma offre ai cittadini uno spazio concreto di indirizzo, piccolo nella forma e grande negli effetti. Dentro quella firma non c’è solo solidarietà. C’è un pezzo di welfare, di ricerca, di partecipazione civile e di fiducia. (riproduzione riservata)