Il salvataggio di Banca Progetto è una nuova tappa nella lunga crisi della challenger bank italiane. L’istituto guidato dai commissari Lodovico Mazzolin e Livia Casale sarà il fulcro di un intervento da 400 milioni di euro, con il coinvolgimento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd) e delle cinque maggiori banche italiane, ossia Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm e Bper.
Per il piano le prossime settimane saranno decisive, visto che si definirà il piano industriale e la cessione dei crediti deteriorati dell’istituto e si tratterà con Oaktree, il private equity americano oggi azionista di maggioranza della banca. Il via libera del fondo sarà indispensabile: per convincerlo le banche potrebbero proporgli una diluizione della quota senza però arrivare all’azzeramento.
Quella di Banca Progetto è solo l’ultima di una serie di crisi che negli ultimi due anni hanno terremotato il settore. Solo pochi giorni fa si è chiuso anche il ciclo di Illimity. Venerdì 19 settembre l’istituto fondato nel 2018 da Corrado Passera ha detto addio a Piazza Affari a conclusione dell’opas di Banca Ifis. L’aggregazione è stata ben vista da Via Nazionale, che da tempo monitorava il business model di Illimity e considerava un matrimonio una delle poche strade praticabili. Le nozze con Ifis offrono agli azionisti l’opportunità di un’uscita ordinata, ma segnano anche la fine di una delle scommesse più ambiziose del fintech italiano.
Negli stessi mesi la Banca d’Italia ha alzato il livello di guardia su altre realtà del settore. Bff e Banca Sistema sono state costrette a riclassificare in scaduti i crediti in bonis verso la pubblica amministrazione, con effetti significativi sugli indici patrimoniali. Anche questa stretta conferma che il vento è cambiato: le challenger bank, nate per cavalcare un nuovo ciclo, si sono trovate a fare i conti con un contesto regolamentare molto diverso.
Il decennio 2012-2022 è stato il terreno di coltura perfetto per la fioritura del settore. In un’epoca di tassi a zero, quando il margine di interesse delle banche tradizionali era sotto pressione e i costi di filiali e personale gravavano sui conti, il modello delle challenger bank appariva una risposta efficace: piattaforme digitali, funding agile e capacità di intercettare clienti online bypassando la rete fisica.
I numeri sembravano dare ragione a questa scommessa. Secondo la sesta edizione del Digital Banking Maturity di Deloitte, le challenger bank italiane hanno registrato tra il 2019 e il 2023 un tasso annuo composto di crescita dei depositi di circa il 50%, oltre 12 volte quello delle banche tradizionali. Una crescita impetuosa che ha attratto capitali e operatori esteri. Ma nel giro di due anni lo scenario si è capovolto.
Il primo elemento è stato l’inasprimento regolamentare. Alcuni business tipici delle challenger bank - in particolare la specialized finance e il credito alle pmi e alla Pa - sono stati colpiti da nuove regole sul capitale e sulla classificazione del rischio. Ciò ha eroso la redditività e, per le banche che non disponevano di economie di scala o della possibilità di accedere con facilità al mercato dei capitali, ha significato un rallentamento improvviso dei piani di crescita.
Il secondo fattore critico è stata la stretta monetaria della Bce. Molte banche digitali non potevano contare su una solida raccolta diretta e restavano esposte alle condizioni di mercato. Con ogni rialzo dei tassi il costo del funding è aumentato comprimendo i margini. Il caso di Smart Bank è emblematico: l’ex Banca del Sud per reperire liquidità ha offerto rendimenti fino all’8% su depositi quinquennali e settennali tramite canali internazionali. Ma l’operazione è presto risultata insostenibile portando l’istituto in amministrazione straordinaria nel dicembre 2023.
La terza causa della crisi è stata la frenata del mercato dei crediti deteriorati. Tra il 2015 e il 2021 le banche hanno smaltito circa 400 miliardi di npl affidandosi a operatori specializzati, tra cui alcune challenger bank. Oggi i bilanci sono stati ripuliti e i grandi istituti hanno siglato partnership stabili riducendo lo spazio per nuovi entranti. Per Illimity, che aveva fatto del business npl un pilastro strategico, questa evoluzione imprevista del mercato ha significato ripensare il modello, senza però riuscire a convincere davvero la Vigilanza.
Il settore ha risposto a queste criticità giocando la carta del consolidamento. L’m&a resta la via più efficace per mettere in sicurezza le realtà in difficoltà e creare operatori più grandi, con patrimonio più robusto e costi più bassi. È possibile che nascano più poli aggreganti, anche attraverso l’ingresso di fondi internazionali disposti a scommettere su piattaforme già pronte ma sottocapitalizzate.
Secondo diversi consulenti, però, la vera sfida è il cambio di modello di business. Le challenger bank potrebbero spostarsi da mercati di massa ormai saturi a una clientela affluent, puntando su servizi a alto valore aggiunto e basso assorbimento di capitale, come il risparmio gestito premium. Questa riconversione richiederà un avanzamento tecnologico e di competenze: serviranno piattaforme in grado di offrire consulenza personalizzata, robo-advisor avanzati e strumenti di pianificazione patrimoniale integrata. I vantaggi? La strategia consentirebbe di ridurre il rischio di credito, sostenere i margini e sfruttare le competenze tecnologiche maturate. Ma non sarà una strada in discesa: il mercato italiano del wealth management è già molto affollato, con competitor tradizionali e fintech.
Nel frattempo in Italia come nel Nord Europa la selezione naturale ha già fatto le prime vittime, con diverse challenger bank costrette a fondersi o a chiudere. Il salvataggio di Banca Progetto e l’uscita di Illimity da Piazza Affari segnano la fine di un ciclo. Ora la sfida per banchieri e investitori sarà decidere se reinventare le challenger bank in chiave sostenibile o accompagnarle, senza traumi, verso le nozze con partner più solidi. (riproduzione riservata)