Un obiettivo è stato raggiunto dai critici della vendita, da parte del Tesoro, del 49% di PagoPa a Poste Italiane perché il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, dopo il parere dell'Antitrust, ha dichiarato che è necessario (e vi si provvederà) risistemare la norma del decreto che prevede l'alienazione della piattaforma al Poligrafico-Zecca del 51% e a Poste, come si è detto, del 49%.
Come scritto diversi giorni fa, l'operazione presenta profili di confliggenza con le norme sulla concorrenza. L'autorità Antitrust ha rappresentato, innanzitutto, che l'operazione deve essere a essa segnalata, poi ha anticipato che la dismissione deve avvenire adottando una procedura trasparente e non discriminatoria. A tal fine la procedura competitiva è quella idonea. Dunque la piattaforma in questione non può essere alienata con un semplice accordo «privato» tra Tesoro venditore e soggetti acquirenti, ancorché tutti pubblici.
Occorre, in sostanza, sulla base di precisi e oggettivi requisiti e criteri, mirati innanzitutto a confermare la neutralità della piattaforma prevenendo conflitti di interesse, organizzare una gara pubblica che consenta di massimizzare l'introito per lo Stato, ma nel rispetto dei criteri e dei vincoli accennati. Trattandosi di sistema dei pagamenti, sarebbe importante conoscere la posizione pure della Banca d'Italia che detiene la supervisione sul sistema in questione e, da un altro lato, la Vigilanza bancaria, benché in larga parte trasferita alla Bce, con compiti nazionali di prima battuta. In ogni caso, dal punto di vista teorico, il suddetto aggiustamento può variare da un massimo che preveda criteri e condizioni che di fatto escludano Poste dalla competizione a un minimo che introduca norme per regolare la gestione della piattaforma. Certo è che il concorso in Poste delle qualità di comproprietario, gestore e utilizzatore di PagoPa non potrebbe essere ammesso senza muraglie cinesi per prevenire conflitti di interesse, naturalmente nel rigoroso rispetto delle esigenze di efficienza e produttività, nonché di soddisfazione della clientela. In effetti, sono molti i decenni nei quali, di tanto in tanto, si pone il problema, in relazione all'evoluzione di Poste, di un'esigenza finium regundorum con le banche, di volta in volta superata in nome di una collaborazione operativa.
Adesso, però, anche in previsione di una parziale privatizzazione di Poste, il problema si presenta più rilevante e con possibili molteplici effetti collaterali. Nel contempo è avvertita la necessità di definire con trasparenza la mission di questa importante società, tenendo conto dell'evoluzione progressivamente affermatasi nelle funzioni. Sarebbe da arguire che al Tesoro non poteva sfuggire la possibilità che l'Antitrust intervenisse. Allora sarà stato messo in conto un tale intervento per poi decidere definitivamente? Vedremo. Comunque questa vicenda è suscettibile di allargarsi alla più ampia problematica dei citati confini tra le une e le altre competenze e, se ciò accadesse, non sarebbe un male, se si guardasse agli interessi generali. (riproduzione riservata)