L’arresto in Francia di Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha innescato un dibattito planetario che non ha risparmiato la politica nazionale e internazionale nell’ambito del quale, in tanti, in Italia e all’estero, si sono affrettati a definire l’episodio un grave attentato alle libertà e ai diritti fondamentali: libertà di comunicazione e privacy in testa.
È, e vale la pena sottolinearlo, un dibattito spesso inquinato da partigianerie e interessi personali ma è, soprattutto, un dibattito prematuro giacché le autorità francesi non hanno ancora formalizzato le loro accuse a Durov.
Tutto quello che si sa è che il fondatore di Telegram era ricercato in Francia per frode, traffico di droga, cyberbullismo, criminalità organizzata e promozione del terrorismo. Tutti reati piuttosto gravi.
Si ignora, tuttavia, quali sarebbero, secondo la magistratura francese, le specifiche responsabilità di Durov in relazione a questi fatti.
In questo contesto vale la pena provare a mettere in fila le poche certezze che ci sono e a tracciare una griglia, nell’ambito della quale, quando disporremo delle informazioni mancanti, sarà possibile riprendere la discussione in condizioni migliori e, auspicabilmente, dopo aver emarginato ogni esercizio di strumentalizzazione e propaganda su una vicenda che è importante venga affrontata con la maggiore possibile obiettività.
La prima certezza è che l’ordine di arresto ha natura penale e il diritto penale è escluso dai trattati europei con l’ovvia conseguenza che la disciplina europea sulle cose del digitale - a cominciare dal Digital Service Act da più parti evocato - non è, certamente, all’origine dell’arresto di Durov. L’Unione europea, quindi, non ha niente a che vedere con l’accaduto e quella che si sta consumando è una vicenda tutta francese.
La seconda certezza è che eventuali violazioni del Digital Service Act nelle quali la società che gestisce Telegram dovesse essere incorsa, qualora accertate, comporterebbero l’irrogazione a quest’ultima di una sanzione pecuniaria peraltro salatissima - fino al 6% del suo fatturato globale annuo - ma non potrebbero in nessun caso determinare un mandato di arresto per il suo fondatore. Anche in Francia la responsabilità penale e personale e, quindi, Durov non può essere stato arrestato per un illecito che ha commesso la sua società.
Difficile - per non dire impossibile -, quindi, sostenere che all’origine dell’arresto di Durov vi sia semplicemente, come in tanti stanno sostenendo, il mancato adempimento agli obblighi di sorveglianza e monitoraggio o a quelli di trasparenza che la disciplina europea, come integrata con il Dsa, impone ai gestori delle piattaforme. Tanto suggerisce almeno cautela rispetto all’idea che quanto sta accadendo in Francia possa rapidamente deflagrare e travolgere altre piattaforme analoghe. E si arriva così alla terza certezza: oggi - e fino a quando le autorità francesi non formalizzeranno le loro accuse a Durov - non esiste alcun argomento per sostenere che si tratti di un’iniziativa censoria che minaccia la libertà di comunicazione elettronica, la privacy, l’anonimato online, l’uso della crittografia end to end - che, peraltro, su Telegram è meno generalizzato di quanto non sia su altre app come Whatsapp o Signal - o qualsiasi altro diritto o libertà digitali.
Sin qui sappiamo solo che le Autorità di un Paese europeo il cui ordinamento è ispirato a principi e valori analoghi a quelli che ispirano il nostro e che, pertanto, deve considerarsi democratico fino a prova contraria ha eseguito un mandato di arresto spiccato dalle proprie autorità sulla base di accuse relative a crimini gravissimi dei quali il signore in questione si sarebbe reso responsabile. La criminalità è una cosa diversa dalla libertà.
RobinHood è il protagonista di una fiaba e, persino in un’epoca come la nostra nella quale il confine tra la verità e la fantasia è quotidianamente messo a dura prova dall’intelligenza artificiale, è bene ricordarcene. Vale la pena aspettare la fine del processo penale che lo attende in Francia, prima di avviare il processo canonico per considerare Durov, un martire o, anche, più laicamente un eroe dei diritti e delle libertà.
Oggi non abbiamo elementi e se riconosciamo i principi alla base dello stato di diritto, dobbiamo considerarlo un ricercato per crimini gravissimi, assicurato alla giustizia secondo le leggi di un Paese democratico, prossimo a essere imputato in ragione di un proprio coinvolgimento diretto nella commissione di questi crimini e destinato a un giusto processo nel quale potrà, naturalmente, difendersi anche grazie alle sue sterminate risorse economiche.
Se domani - circostanza che appare per la verità improbabile - i giudici francesi dovessero contestare a Durov di aver semplicemente consentito a terzi di commettere crimini dei quali lui era completamente all’oscuro mettendo a loro disposizione una piattaforma di comunicazione elettronica che, in taluni casi, consente il ricorso a soluzioni crittografiche e se, quindi, il processo a Durov dovesse trasformarsi in un processo alla crittografia, all’anonimato online, alla segretezza della corrispondenza elettronica e alla libertà di comunicazione, naturalmente, la vicenda prenderebbe una piega completamente diversa e sarebbe legittimo non solo dubitare della legittimità dell’iniziativa francese ma anche della circostanza che la Francia continui a riconoscersi nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ma questo, appunto, oggi, è un periodo ipotetico dell’irrealtà sul quale dovremmo tutti astenerci dal costruire tesi e posizioni o, addirittura, campagne di opinione.
Anche perché se così fosse ci sarebbe da chiedersi perché arrestare Durov o solo Durov e non le decine di manager apicali delle tante altre società che, con i loro servizi, oltre a garantire al mondo la libertà di comunicazione in condizioni di auspicabile riservatezza, talvolta diventano strumenti di condotte illecite e criminose.
Attenzione: nulla di quanto scritto sin qui significa che non esista, anche in Europa, una spinta pericolosa a travolgere diritti e libertà fondamentali anche e soprattutto nella dimensione digitale e a immolarli sull’altare di un principio antidemocratico secondo il quale il fine giustifica i mezzi e, quindi, pur di assicurare alla giustizia un criminale, dovremmo anche essere pronti a erodere libertà di comunicazione elettronica, privacy, segretezza delle comunicazioni e decine di altri diritti.
Questa spinta, purtroppo, esiste e stare allerta contro ogni iniziativa che le desse corpo è un dovere civico diffuso. Ma, al tempo stesso, attenzione a non sbagliare le battaglie da combattere perché si potrebbe fare un regalo agli avversari dei diritti e delle libertà.
E se dagli atti all’origine dell’arresto di Durov emergesse che quest’ultimo, ricevuti specifici ordini da parte dell’Autorità francese di fornire, in conformità alla disciplina vigente, talune informazioni utili all’arresto dei responsabili di crimini già accertati o di impedire la prosecuzione di tali crimini, non vi avesse adempiuto senza neppure contestare, in sede giudiziaria, la legittimità di tali ordini, allora questa potrebbe essere una di quelle battaglie sbagliate.
Perché rischieremmo di dare a pensare che la difesa di certi diritti e libertà senza i quali la democrazia sarebbe oggettivamente in pericolo coincide con la difesa della criminalità, dell’illegalità e dell’anarchia. Naturalmente non è così ed è per questo che prima di imbarcarci in qualsiasi battaglia dobbiamo esser certi di combatterla in nome delle libertà e non in quello della criminalità. La libertà di comunicazione e la privacy - come tanti altri diritti fondamentali. (riproduzione riservata)
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