Quando il giudice Mehta qualche tempo fa pubblicò la sentenza con la quali imponeva dei rimedi molto fiacchi a Google, dopo avere dichiarato un anno prima di averla trovata dominante, molti ne furono delusi, ma alcuni esultarono.
A parte la stessa Google, ad associarsi al giubilo furono i titolari delle cattedre di diritto antitrust che non avevano mai creduto al movimento di hipster antitrust (la traduzione sarebbe antitrust pop), poco gentile definizione con la quale lo avevano liquidato.
Nei settori ad alta e rapida evoluzione tecnologica il mercato fa da sé. Inutile aggiungere che questa tesi confortava completamente l’atteggiamento dell’amministrazione Trump, che ha integrato la Silicon Valley nel complesso militare americano in vista della concorrenza con la Cina sull’intelligenza artificiale, ma probabilmente anticipava anche la linea della molto conservatrice Corte Suprema.
Ma gli animatori dell’hipster antitrust non si sono dati per vinti. L’ideologo del movimento, Tim Wu, ha pubblicato sul New York Times un magnifico articolo dal titolo ambizioso: We Can Still Recover the Lost Promise of the Internet (Possiamo ancora recuperare la promessa perduta di internet).
La sua analisi sarebbe piaciuta a Karl Marx, non perché Tim Wu sia un comunista, ma perché coglie il nodo centrale della questione: pochissime imprese estraggono una enorme rendita da tutti coloro che sono costretti ad utilizzare le loro indispensabili piattaforme. L’autore chiama questa distorsione un sistema di tassazione privata.
Meno convincente è l’ultima parte, che perora dal Congresso un possente intervento regolatorio. Direi un auspicio senza speranza.
Ma quella che è la debolezza dell’enforcement statunitense dell’antitrust è anche la sua forza. Infatti l’associazione degli editori è riuscita a strappare dal giudice Kevin Castel, del distretto federale sud di New York, un’ordinanza procedurale ingiustamente passata inosservata.
Il suo contenuto è quello di precludere la rimessa in discussione dell’accertamento della dominanza di Google nel mercato della pubblicità effettuato in una importanza sentenza del giudice Brinkema del distretto est della Virginia. Non basterà a risollevare le sorti dell’hipster antitrust, ma è almeno una testimonianza che le questioni cruciali che sollevava il movimento sono ben presenti alla giurisprudenza americana.
L’ordinanza è importante anche per noi europei. Marina Berlusconi, in un eloquente intervento sul Corriere della Sera aveva implorato l’Unione Europea a non cedere alle pressione americane contro il Digital Market Act e il Digital Service Act, i due presidi della sovranità digitale continentale.
Molti di noi avevano formulato pronostici negativi. Una Commissione Europea politicamente così debole poteva davvero resistere alle minacce di ritorsioni di Trump? Ebbene ci siamo sbagliati. La Commissione tiene il punto. Ma, prudentemente, va aggiunto: per il momento. (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze