C’è, dopo i dazi e le posizioni assunte sulla Nato nonché dopo la gestione della vicenda ucraina, un nuovo caso che segnala il mutamento della politica estera americana, peraltro già ricavabile dal National Security statunitense.
Si manifesta come conseguenza di una visione dilatata del protezionismo trumpiano con conati di una visione imperialistica. Ci si riferisce al rifiuto del visto di ingresso negli Usa opposto all'ex commissario Ue Thierry Breton e ad altre quattro persone impegnate nel contrasto della disinformazione.
Non può considerarsi una sanzione, che presupporrebbe un organismo terzo che la irroga, ma è una ritorsione contro i due Digital Act europei - Services e Markets - di cui Breton è stato il principale progettista e contro la disciplina dell'intelligenza artificiale.
L'Amministrazione Trump sostiene che queste normative, che impongono moderazione dei contenuti delle piattaforme di social operanti in Europa e altri standard nonché controlli, finiscano l’imporre negli Usa la censura di questi contenuti che non obbediscano alle regole in questione, attentando così alla libertà di pensiero.
L'Ue replica che non può essere consentito alle piattaforme non europee ciò che è vietato alle piattaforme comunitarie. Breton ha posto l'interrogativo retorico se non si tratti di un ritorno del maccartismo (quando l'ingresso negli Usa, agitando il pericolo comunista, era sottoposto a misure fortemente selettive).
Ponendosi una questione di libertà del pensiero e di parola, il livello della controversia è ancora più alto di quello dei precedenti sopra richiamati. Si intrecciano questi temi con questioni di diritto internazionale e dei rapporti bilaterali ma emerge anche la protezione di grandi imprese che operano nel campo delle piattaforme e della comunicazione, le quali hanno sostenuto nella campagna elettorale e sostengono ora Trump.
Per contro, in cima vi è il rispetto della sovranità europea. Si tratta però di un rispetto che deve essere difeso e, se necessario, imposto dalla stessa Unione, dando una prova ben diversa da quelle finora offerte nei casi di controversie con gli Usa, in particolare nella vicenda dei dazi nella quale è stato assunto un atteggiamento acquiescente, senza neppure porsi l'obiettivo di una diversificazione delle politica del commercio estero, restando sostanzialmente ancorati alle scelte americane.
Fare ora la voce grossa, come stanno facendo Consiglio e Commissione Ue, non ha la credibilità che dovrebbe avere, considerate le dimostrazioni negative sinora date.
Se al passato ci si deve riferire, allora i moniti europei e le minacce dopo le ritorsioni americane rischiano di essere una pistola ad acqua, soprattutto perché non si vuol capire che siamo in presenza di una svolta profonda nelle relazioni euro-atlantiche.
Gli Usa danno per scontato che l’Europa griderà ma poi le azioni concrete tarderanno o non seguiranno affatto. È il classico «me le ha date, ma gliene ho contate».
Il fatto è che tutt'ora manca nell'Unione, al di là delle decisioni nelle sedi istituzionali, la single voice, in special modo nei casi di particolare rilievo. In presenza di decisioni importanti si assiste a divisioni ed è ciò su cui si basa la nuova linea americana. Per questa linea quello europeo è di fatto considerato il classico blaterare, tanto poi non succederà nulla di rilevante.
Ecco allora che l'Europa è chiamata, come non mai, non solo a una risposta alle ritorsioni americane ma finalmente a riflettere e rivedere la strategia dei rapporti con gli Usa e con gli altri principali Paesi a livello globale. È una dimostrazione non di esistenza in vita dell'Unione, che sarebbe eccessivo, ma della sua vitalità e della capacità di reagire con un minimo di efficacia. (riproduzione riservata)