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Case green, senza capitali privati la transizione edilizia si ferma: l’analisi dell’Ue
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Case green, senza capitali privati la transizione edilizia si ferma: l’analisi dell’Ue

11 agosto 2026, 20:30

Il rapporto del Joint Research Center rivela che nei Piani nazionali oltre il 70% degli investimenti per la decarbonizzazione dovrà arrivare da privati e banche. L’Italia resta in ritardo e senza un piano inviato a Bruxelles

La riqualificazione del patrimonio edilizio europeo non si potrà fare senza i capitali dei privati. È il messaggio che emerge con chiarezza dal rapporto pubblicato dal Joint Research Centre (Jrc) della Commissione Europea sul primo blocco di Piani nazionali di ristrutturazione edilizia (Nbrp) presentati dagli Stati membri, in attuazione della direttiva Case Green. L’analisi dei primi 16 documenti strategici messi a punto dai governi dell’Unione evidenzia un divario strutturale tra la portata degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050 e le risorse finanziarie pubbliche effettivamente a disposizione.

Risorse pubbliche solo come effetto leva: il modello della Spagna

La ripartizione dei costi che emerge dalle carte è netta: nei piani che quantificano il fabbisogno e la relativa copertura, la componente privata arriva a rappresentare oltre il 70% degli investimenti necessari. I fondi pubblici, su cui gravano vincoli di bilancio e priorità di spesa concorrenti, svolgeranno un ruolo soprattutto catalitico, destinato ad attivare e moltiplicare gli investimenti privati e ad attenuare il rischio. Il grosso dovrà essere quindi mobilitato dal risparmio dei proprietari, dai finanziamenti bancari e da soggetti istituzionali.

In Spagna, dove il piano è tra i più completi di quelli analizzati da Bruxelles, il capitale privato rappresenta circa il 71% dei 235,3 miliardi di euro di investimenti necessari da qui al 2050: 167,7 miliardi contro 67,6 miliardi di risorse pubbliche. Sebbene con modelli molto diversi, i 16 piani europei valutati dal Jrc mostrano un elemento in comune: la scala degli investimenti richiesta dalla direttiva comunitaria rende indispensabile coinvolgere i privati.

La Danimarca rappresenta invece il caso opposto rispetto alla Spagna. Qui la componente pubblica è prevista al 60% nel 2030 e arriva fino al 90% nel 2050, tanto che il Jrc segnala una possibile eccessiva dipendenza dal finanziamento statale. In Slovenia, invece, per il periodo 2026-2030 le fonti individuate dal piano sono per il 73% private e per il 27% pubbliche. L’obiettivo è utilizzare le risorse pubbliche come leva per attirare capitali privati, soprattutto quando gli investimenti iniziali sono elevati e i tempi di ritorno lunghi. La Lituania, per esempio, prevede che il finanziamento nazionale copra soltanto una parte del fabbisogno, tra 14% e 30%, mentre il resto dovrebbe arrivare da fondi europei e da risorse private.

Italia in ritardo e sotto procedura di infrazione

In questo scenario di trasformazione e verifica l’Italia resta al palo. Mentre la maggior parte dei governi stanno mettendo nero su bianco obiettivi e investimenti, Roma non ha ancora trasmesso a Bruxelles il proprio progetto nazionale di ristrutturazione degli edifici. Da qui la procedura d’infrazione, che porta a 80 il numero complessivo di provvedimenti aperti dall’Ue nei confronti dell’Italia. Il piano è comunque atteso entro fine 2026.

Nel frattempo la macchina normativa è partita: dal 29 maggio sono in vigore le nuove regole sull’atto di prestazione energetica (Ape) e dal 3 giugno i requisiti minimi con la nuova scala di classificazione energetica. Il ritardo pesa perché la sfida italiana è tutt’altro che marginale.

Il parco immobiliare italiano è molto esteso ma in gran parte vetusto: tra 65% e 68% delle abitazioni è stato costruito prima degli anni ‘80, prima cioè dell’introduzione delle principali normative sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica. L’assenza di un quadro di incentivi stabili e programabili rischia di frenare gli investimenti. Ma anche Roma deve centrare i target di riduzione dei consumi energetici residenziali: -16% entro il 2030 e -20/22% entro il 2035. (riproduzione riservata)



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