L’Unione Consumatori annuncia un esposto all’Antitrust sull’annosa questione mai affrontata né risolta. Il prezzo del petrolio diminuisce ma quello della benzina non scende con altrettanta prontezza, facendo fare soldi a palate a produttori e distributori di carburanti.
A confermare che questa sia una brutta abitudine ormai consolidata non servono le statistiche, dalle quali si ricava comunque che a un calo del 21 per cento quasi delle quotazioni del greggio dal primo gennaio ha fatto riscontro una diminuzione più modesta (due punti e mezzo) della benzina. Basta andare a fare rifornimento. E si è purtroppo certi che anche questo ennesimo esposto non avrà riscontri significativi, per il semplice fatto che nessuno ha la responsabilità di controllare. Quindi, di dare risposte.
Quando era in vigore il sistema dei prezzi amministrati si sarebbe potuto tirare in ballo il ministero dell’Industria, che aveva il compito di supervisione. Ma i prezzi dei carburanti sono ormai liberi e i compiti regolatori in molte materie tariffarie sono stati trasferiti alle autorità indipendenti. Peccato che le authority non abbiano, fra le mansioni istituzionali, quella di tenere a bada la speculazione. Che in un mercato libero è quasi sempre lo sgradevole effetto collaterale. L’incombenza spetterebbe dunque allo Stato, ma che non può e soprattutto non vuole occuparsene. Anche perché le poche volte che l’ha fatto, come dimostrano i casi dei cosiddetti extraprofitti dei petrolieri e delle banche, il risultato è stato un clamoroso buco nell’acqua.
La logica vorrebbe perciò che la funzione venisse attribuita a qualche organismo dotato di competenze specifiche (nonché dei poteri conseguenti). E qui si torna obbligatoriamente al ruolo delle autorità indipendenti. Una in particolare: l’Arera. L’autorità dell’Energia Reti e Ambiente ha avuto negli anni competenze sempre più rilevanti per i conti delle famiglie. Soprattutto nel settore in grado di mettere maggiormente in crisi i bilanci familiari, quello delle forniture di gas ed elettricità. Già da questo punto di vista l’Arera dovrebbe essere una specie di guardiano degli utenti contro la speculazione, assicurando a chi paga le bollette costi coerenti con il valore della fornitura. Chi, allora, meglio di questa authority per controllare che non si facciano furbizie con l’altalena dei prezzi del greggio?
Naturalmente, sempre che le carte siano in regola. Ossia che il ruolo di guardiano degli utenti sia stato assolto per davvero. Da parte nostra non possiamo non sottolineare che da quando è scattata la liberalizzazione del mercato, anziché diminuire come accade regolarmente quando i servizi vengono affidati alla libera concorrenza, i prezzi sono aumentati talvolta in misura considerevole. Di chi è la responsabilità? Il presidente dell’Arera nella sua ultima relazione annuale ha sostenuto che gli aggravi sono da attribuire al livello delle imposte e dei vari oneri di sistema. La cui incidenza sul prezzo finale è prossima al 45 per cento. Micidiale.
Una questione delicatissima perché sembra richiamare, sia pure indirettamente, responsabilità del governo di Giorgia Meloni. Dove le bollette impazzite sono un nervo scoperto. Tanto da rispedire al mittente, sia pure per via parlamentare, questa chiave di lettura. In un articolo su MF-Milano Finanza il responsabile nazionale del programma del partito del premier Fratelli d’Italia, Francesco Filini, ha affermato che gli aumenti generati dagli oneri di sistema non c’entrano niente con l’esecutivo. Bensì «derivano da decisioni assunte dall’Autorità nell’esercizio della propria autonomia», aggiungendo che «nel passaggio fra il 2024 e il 2024 tali scelte hanno provocato rincari significativi» sebbene il governo avesse chiesto all’Arera «massima prudenza». Ed è «per questa ragione», conclude Filini, che «dinanzi alle recenti dichiarazioni di Besseghini, che sembrano configurarsi come una parziale autoassoluzione, è legittimo interrogarsi su eventuali mancanze o ritardi nell’esercizio di tali responsabilità, maturate nel corso di ben sette anni di mandato». Sette anni, guarda caso, che stanno proprio per scadere. Esattamente fra due mesi.
Con una certa malizia si potrebbe sostenere che una critica così risoluta, mossa soprattutto al presidente dell’autorità nominato sette anni fa all’epoca del governo gialloverde come espressione della Lega, e alla vigilia delle nomine, non può che contenere un messaggio esplicito. Il messaggio che bisogna cambiare rotta, cominciando dal vertice dell’Autorità. Per statuto Besseghini, come i quattro componenti, non può essere rinnovato. Nonostante ciò Salvini non avrebbe rinunciato a rivendicare l’influenza leghista sull’organismo che ha poteri sulle bollette. Almeno se è vero che oltre al nome del presidente del Gse Paolo Arrigoni (già parlamentare e funzionario leghista) circola ora, secondo il Foglio, anche quello della deputata Laura Ravetto, passata nella scorsa legislatura da Forza Italia alla Lega salviniana. Questo per dire quanto l’indipendenza delle authority sia cara a certa politica.
Ma adesso si apre un’altra partita ed è chiaro che le truppe di Giorgia Meloni non staranno a guardare. Quelle parole su Besseghini hanno tutto il sapore di un veto sulle aspirazioni leghiste. (riproduzione riservata)