Sappiamo tutti che il caffè è caro. Ma 15,7 miliardi di euro per un espresso è da fantamercato. Eppure il gigante statunitense delle bevande analcoliche, Keurig Dr Pepper, ha staccato questo assegno per acquisire l’olandese Jde Peet’s e rafforzare il suo business del caffè in difficoltà. Un aperitivo prima di separare le attività in due società indipendenti quotate negli Stati Uniti: Beverage Co. e Global Coffee Co. Quest’ultima con 16 miliardi di dollari di vendite annuali combinate sarà un peso massimo mondiale focalizzato esclusivamente sui chicchi neri con una presenza in oltre 100 Paesi e potrà contare su un portafoglio senza eguali in tutti i segmenti, canali e fasce di prezzo nell’industria globale del caffè del valore complessivo di 400 miliardi di dollari.
Ma per detronizzare la regina del mercato, la svizzera Nestlé, KDP ha pagato un espresso come se fosse champagne: 31,85 euro per azione, tutti in contanti, per l’azienda olandese numero due in Europa, con un premio del 20% rispetto al prezzo di chiusura del 22 agosto. Troppo, secondo gli analisti, che mettono in discussione la valutazione della transazione, giudicando oneroso il multiplo ev/ebitda di 12,9 volte (11,8 il settore food). In realtà, è così nel Vecchio continente dove, come si può vedere nella tabella sotto, si contano sulle dita di una mano le società quotate attive in questo settore (per ora le tazzine tricolori di Lavazza e di Illycaffè resta fuori da Piazza Affari). Tutte (ex Nestlé) scambiano su multipli più bassi, facendo arrossire i giganti oltreoceano come Coca Cola, Starbucks e Dutch Bros che viaggiano su vette ben più alte (oltre 20x).
Fosse solo questo. «Gli investitori sono preoccupati per l’elevato livello di leva finanziaria: oltre 5 volte il rapporto debito netto/ebitda post-acquisizione e per il rischio di esecuzione vista l’operazione complessa, oltre a mettere in dubbio la logica di acquisire un grande operatore del caffè a premio per poi scorporare l’attività dopo il deal», sottolinea Filippo Falorni, analista di Citi (buy e tp a 41 dollari su KDP; il consenso Bloomberg vede 14 buy, 7 hold e 0 sell). Tuttavia, «c’è un ampio potenziale di rivalutazione dopo la separazione delle due società, con 400 milioni di dollari di sinergie di costo in tre anni. Ci vorrà del tempo, ma gli investitori si ricrederanno».
La concorrenza brutale e il rialzo vertiginoso dei prezzi dei chicchi, a causa della siccità nei principali Paesi produttori (Brasile, Colombia e Vietnam), hanno schiacciato i margini delle aziende. Anche la decisione del presidente, Donald Trump, di imporre dazi del 50% sui grani importati dal Brasile non aiuta. Mentre l’intesa tra Usa e Ue sui dazi al 15% «non è una vittoria né un pareggio, ma neppure una disfatta». Così Cristina Scocchia, ad di Illycaffè (sviluppa il 20% del business negli States), ha sottolineato come l’accordo abbia evitato una guerra commerciale che, a suo dire, sarebbe stata persa in partenza. Ma il mercato resta in piena «tempesta perfetta». Il prezzo del caffè verde continua a viaggiare su livelli record: 380 centesimi per libra, tre volte la media storica. Un peso che si riflette sul consumatore: la tazzina al bar oggi arriva a 1,5 euro in alcune città. Se il trend rialzista dovesse proseguire, il prezzo dell’aroma tostato al banco potrebbe salire ancora, trasformando un rito quotidiano in un lusso.
Proprio per resistere all’impatto dell’inflazione, le aziende stanno cercando di snellire il loro portafoglio, concentrandosi sui business con margini più elevati. È in quest’ottica che la regina delle bibite, Coca Cola, affiancata dalla banca d’investimento Lazard, sta valutando diverse opzioni, tra cui una possibile vendita della catena britannica di caffetteria Costa (opera in 50 Paesi con 3.000 punti vendita). Secondo Sky News, ha già avviato colloqui preliminari con potenziali acquirenti tra cui fondi di private equity. Le offerte sono attese in autunno per un asset che la multinazionale di Atlanta acquisì nel 2018 per 3,9 miliardi di sterline con l’obiettivo di rafforzare la sua posizione nel mercato del caffè, in competizione con Starbucks. Missione fallita e ora l’azienda della bibita gasata potrebbe essere costretta ad accettare una cifra poco appetitosa: 2 miliardi di sterline.
Ciò non toglie che Coca Cola, insieme a BRC (Black Rifle Coffee), Primo Brands Corporation, Dutch Bros e KDP, continua a raccogliere più buy (28 il consenso Bloomberg) tra gli analisti e zero sell, con le vendite cresciute del 5% nel secondo trimestre, più del doppio rispetto alla rivale di sempre, Pepsico (il 29 agosto ha aumentato la sua partecipazione nel produttore di bevande energetiche Celsius Holdings all’11% attraverso un accordo da 585 milioni di dollari). Senza contare che è un dividend King con oltre 60 anni consecutivi di aumenti annuali del dividendo e offre un rendimento della cedola vicino al 3%, sopra la media del comparto. L’unico neo è che non è a buon mercato. Ma non lo è nemmeno Black Rifle Coffee (4 buy). Sbarcata in borsa nel 2022, si distingue per un brand rivolto a un pubblico specifico: veterani, militari e patrioti. Dutch Bros (16 buy), invece, è la prossima Starbucks. Conta oltre 1.000 punti vendita in 18 Stati Usa e punta a quota 4.000. Nel 2024 ogni locale ha generato 2 milioni di vendite, più dei fast food. La società, dopo l’ipo nel 2021, è già profittevole e dovrebbe migliorare man mano che cresce la notorietà del marchio. È cara, ma il potenziale di crescita è forte.
In attesa che Starbucks (19 buy, 16 hold e 5 sell) si reinventi: è nel bel mezzo di un importante piano di rilancio per riconquistare i clienti e aumentare profitti e ricavi (-2% nel terzo trimestre fiscale, il sesto calo consecutivo), anche se con un p/e di 39,34 è possibile che una ripresa sia già scontata nella valutazione, è degno di nota Primo Brands Corporation (12 buy), secondo l’analista di Barclays, Lauren R. Lieberman. «La revisione al ribasso della guidance 2025 sui ricavi si è rivelata deludente, ma è dovuta a fattori conosciuti: la debolezza del retail e voci una tantum», spiega la Lieberman, ritenendo che il peggio sia ormai alle spalle: «ci aspettiamo una crescita graduale nel 2026, per cui ribadiamo overweight e il target price a 33 dollari».
Invece, il pilastro del comparto con marchi come Nescafé e Nespresso, la svizzera Nestlé, si deve accontentare, si fa per dire, di 12 buy (12 hold e 1 sell) ma ha alcuni grattacapi da risolvere. «La crescita organica delle vendite nel secondo trimestre è stata del 3%, leggermente superiore alle attese. Ma la qualità è stata bassa perché la crescita interna reale, che misura l'aumento dei volumi escludendo l'impatto degli incrementi dei prezzi e dei cambi, è stata pari a -0,4%, sotto le stime per la performance deludente in Cina, il secondo mercato più importante per il gruppo», avverte Fulvio Cazzol di Berenberg. La società sta valutando un riposizionamento in Cina da un modello basato sulla distribuzione a uno guidato dalla domanda dei consumatori. Quindi, «ci vorranno fino a 12 mesi prima che i miglioramenti contribuiscano alla performance di Nestlé su cui manteniamo hold». È meglio attraversare l’Oceano per bere un caffè.
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