C’è sempre un giudice fuori dalla tua giurisdizione cui si deve prestare attenzione. Accade anche nel risiko bancario in corso in Italia in virtù del cosiddetto Danish Compromise.
Senza evocare nulla di shakespeariana memoria, il Danish Compromise è una sorta di arbitraggio che si deve ottenere dalla vigilanza della Bce quando una banca compra un'assicurazione o utilizza una partecipata assicurativa per bilanciare il diverso peso contabile di capitale che gli istituti di credito devono considerare quando fanno operazione di merger and acquisition fuori dal loro settore.
Il Danish Compromise, materia per fini contabili da Forex ma dagli effetti a cascata molto importanti, si inserisce nel contesto delle normative di Basilea III, che sono state introdotte per rafforzare la regolamentazione bancaria e migliorare la stabilità del sistema finanziario globale dopo la crisi del 2008. Basilea III impone requisiti più severi in termini di capitale, liquidità e leva finanziaria, con l’obiettivo di rendere le banche più resilienti a eventuali shock economici.
Le normative, sebbene mirino a rafforzare il sistema bancario, hanno reso più onerose alcune operazioni, come le acquisizioni, perché le banche devono mantenere un capitale significativo a fronte di nuovi rischi assunti. Il Danish Compromise, introdotto nel 2012 in piena crisi dell'euro, serve appunto a inserire una misura di mitigazione che consente alle banche di ridurre l’assorbimento di capitale regolamentare quando acquisiscono partecipazioni in società assicurative. Insomma, a intaccare meno le risorse del proprio bilancio.
Questo strumento è stato concepito per favorire il consolidamento nel sistema finanziario europeo, permettendo alle banche di diversificare i propri rischi attraverso l’integrazione con compagnie assicurative, come nel caso delle polizze vita e dei fondi d’investimento.
Sia Banco Bpm (che sta acquisendo Anima con un'opa effettuata dalla sua controllata Bpm Vita), che Unicredit (che invece vuole conquistare la Popolare di Milano grazie ad un’ops) devono perciò avere il semaforo verde dall'Eurotower e dall’Eba (European Banking Authority) per poter procedere. E questo sì non è così scontato: al di là delle altre autorizzazioni necessarie per operazioni del genere, dalla Consob all’Antitrust, il via libera a monte può decidere della sorte di un’acquisizione.
Un divieto dell’utilizzo del compromesso danese potrebbe quindi in teoria condurre al blocco di entrambe le operazioni, perché il diniego all'arbitraggio, che necessita del visto del Governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta, in quanto le operazioni sono tutte nazionali, renderebbe più onerose le acquisizioni stesse. Anche Mps, che ha lanciato un’ops su Mediobanca, la quale a cascata controlla di fatto in assemblea Generali, secondo quanto ha saputo Milano Finanza da autorevoli fonti europee, deve ottenere questa autorizzazione, visto che la banca di Siena ha già dovuto inviare decine di richieste di autorizzazione in Europa per le tante partecipazioni che ha il colosso di Trieste.
Dunque la contesa per due banche così importanti passerà anche per un arbitro che non è tenuto a dover dare per forza questa autorizzazione, un arbitro basato nei sistemi di vigilanza europea tra Francoforte e Parigi, sede dell’Eba, ma che esercita un potere di controllo molto forte da via Nazionale.
Laddove dovesse accadere questo clamoroso colpo di scena, potrebbero essere messe in discussione tutte e tre le offerte di acquisto (Bpm su Anima) e di scambio (Unicredit su Bpm e Mps su Mediobanca) e tutta l'attenzione si sposterebbe ancora di più sull'assemblea di Generali di maggio, dove il ceo di Piazzetta Cuccia Alberto Nagel si prepara a fronteggiare con la sua lista quella di Delfin e di Francesco Gaetano Caltagirone, i quali stanno facendo di tutto per conquistare il controllo dei due salotti più importanti della finanza italiana. (riproduzione riservata)