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Byd, accuse di sfruttamento nella prima fabbrica in Europa: un report denuncia abusi nel cantiere ungherese di Szeged
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Byd, accuse di sfruttamento nella prima fabbrica in Europa: un report denuncia abusi nel cantiere ungherese di Szeged

15 aprile 2026, 07:30 Ultimo aggiornamento: 07:56

China Labor Watch denuncia violazioni nel cantiere del colosso cinese in Ungheria: orari eccessivi, salari opachi e rischio lavoro forzato nella filiera europea dell’auto elettrica

La corsa cinese all’auto elettrica in Europa passa anche da Szeged, in Ungheria, dove il colosso Byd sta costruendo il suo primo grande impianto produttivo nel continente. Ma il progetto da 4,5 miliardi di dollari è finito sotto i riflettori per possibili violazioni dei diritti del lavoro lungo la catena di subappalto.

Un report pubblicato il 14 aprile dall’ong China Labor Watch, organizzazione non profit con sede a New York fondata nel 2000 che indaga e denuncia le violazioni dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche cinesi, documenta condizioni critiche per i lavoratori migranti cinesi impiegati nella costruzione del sito. Il documento, in quasi 30 pagine, delinea un quadro che, secondo l’organizzazione, presenta indicatori riconducibili al lavoro forzato secondo gli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo).

Il progetto strategico di Byd per l’Europa

L’impianto di Szeged rappresenta un tassello chiave nella strategia europea di Byd: capacità prevista di circa 300 mila veicoli l’anno e fino a 10 mila posti di lavoro a regime. L’Ungheria è diventata negli ultimi anni uno snodo centrale per gli investimenti cinesi nella mobilità elettrica, attirando circa il 62% dei capitali del settore nel 2024, anche grazie a progetti come quello di Contemporary Amperex Technology Limited (Catl).

Secondo il report, però, la scala dell’investimento contrasta con le condizioni dei circa 4 mila lavoratori impiegati nella fase di costruzione, in larga parte reclutati tramite una filiera complessa di subappalti e agenzie di intermediazione tra Cina e Ungheria.

Orari estremi, straordinari sistematici e salari opachi

Tra le criticità principali emergono turni di lavoro continuativi fino a sette giorni su sette, spesso senza giorni di riposo garantiti. Le testimonianze raccolte parlano di giornate da 9-10 ore, che nei periodi di punta arriverebbero fino a 12-14 ore. In questo contesto, lo straordinario risulterebbe sistematico ma non adeguatamente retribuito: ore aggiuntive verrebbero spalmate nei giorni successivi e conteggiate come lavoro ordinario, aggirando di fatto le maggiorazioni previste dalla normativa ungherese.

Il sistema retributivo è un altro punto critico. Secondo il report, tra il 20% e il 30% dello stipendio verrebbe trattenuto e versato solo a fine contratto o dopo il rientro in Cina. Una struttura che, di fatto, limita la possibilità per i lavoratori di lasciare il posto. In alcuni casi i pagamenti sarebbero inoltre ritardati fino a tre mesi, soprattutto nelle catene di subappalto più piccole, aumentando la dipendenza economica dai datori di lavoro.

Reclutamento e debito: il nodo delle agenzie

Uno degli elementi più sensibili riguarda i costi di reclutamento: i lavoratori avrebbero pagato tra 8.000 e 20.000 yuan (fino a circa 2.700 dollari) per ottenere il posto, spesso senza ricevute ufficiali. Queste somme, unite alla promessa di rimborso solo dopo un anno di lavoro, creano una forma di dipendenza economica che, secondo China Labor Watch, può configurare meccanismi di «debt bondage», uno degli indicatori di lavoro forzato secondo l’Ilo.

Il report segnala anche un uso improprio dei visti: alcuni lavoratori sarebbero entrati in Ungheria con visti business pur svolgendo attività manuali a tempo pieno. Una pratica che li espone a maggiore vulnerabilità legale, limitando accesso a tutele sanitarie e possibilità di denunciare abusi.

Una filiera opaca e frammentata

La struttura multi-livello del progetto, con appaltatori principali, subappaltatori e team di lavoro informali, rende spesso difficile identificare il datore di lavoro effettivo. In diversi casi i lavoratori dichiarano di non sapere a chi rivolgersi per rivendicare diritti o salari. Secondo il report, le condizioni risultano generalmente migliori per i lavoratori direttamente assunti da Byd o dai contractor principali, mentre i rischi maggiori si concentrano nelle catene di subappalto.

Tra gli elementi più critici emerge anche il clima di intimidazione: alcuni lavoratori avrebbero riferito timori di ritorsioni, tra cui licenziamenti o trattenute salariali, in caso di contatti con esterni o denunce. Inoltre sarebbero state impartite istruzioni per dichiarare orari di lavoro inferiori durante eventuali ispezioni, sollevando dubbi sulla trasparenza dei controlli.

Implicazioni per l’Europa e la direttiva sulla due diligence di sostenibilità

Il caso arriva in una fase delicata per la politica industriale europea. Con l’entrata in vigore della direttiva sulla due diligence di sostenibilità (CSDDD), le aziende saranno chiamate a monitorare e prevenire violazioni lungo tutta la catena del valore. Secondo China Labor Watch, il modello osservato a Szeged rischia di diventare un precedente per la filiera europea dell’auto elettrica, con il pericolo di una «corsa al ribasso» sugli standard del lavoro tra operatori locali e investitori esteri.

L’organizzazione ha presentato un esposto alle autorità ungheresi e alle istituzioni europee. La Commissione Europea ha confermato la ricezione, indicando nell’ispettorato del lavoro ungherese l’autorità competente per le verifiche. Anche le autorità locali hanno avviato un esame preliminare del dossier, mentre le questioni legate ai visti sono state trasferite all’agenzia nazionale per l’immigrazione.

Il nodo politico-industriale dell’espansione cinese in Europa

Il dossier si inserisce in un contesto più ampio: l’espansione dei gruppi cinesi nell’automotive europeo, sostenuta da investimenti massicci ma sempre più osservata sotto il profilo regolatorio e sociale. Per Bruxelles, il bilanciamento tra attrazione di capitali e tutela degli standard diventa a questo punto un tema a cui prestare la massima attenzione. Perché, come sottolinea il report, la transizione green rischia di poggiare su basi fragili se i diritti del lavoro non vengono garantiti lungo tutta la filiera. (riproduzione riservata)



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