È sceso a 71,7 punti base l’8 maggio il premio al rischio tra Italia e Germania e al 3,73% il rendimento del Btp 10 anni. Nell'asta del prossimo 13 maggio il Tesoro offrirà Btp a 3, 7 e 20 anni per massimi 8 miliardi di euro. In particolare sarà offerta la nona tranche del Btp a 3 anni scadenza 15 marzo 2029 per un importo compreso tra 2,5 e 3 miliardi di euro, la terza tranche del Btp a 7 anni scadenza 15 giugno 2033 per un importo compreso tra 2,75 e 3,25 miliardi e l’undicesima tranche del Btp a 20 anni scadenza 1° settembre 2038 per un ammontare tra 1 e 1,25 miliardi.
Invece, in occasione dell'asta Bot di martedì 12 maggio, offrirà 10 miliardi di euro. Nel dettaglio, verrà offerta la prima tranche del Bot annuale scadenza 14 maggio 2027 per 8,5 miliardi e la terza tranche del Bot annuale scadenza 14 luglio 2026 (vita residua 2 mesi) per 1,5 miliardi di euro. In scadenza, ha ricordato Via XX Settembre, ci sono Bot annuali per 8,5 miliardi di euro.
I titoli italiani continuano a offrire un premio rispetto ad altri emittenti europei, fattore che mantiene elevata l’attenzione della clientela domestica. «Questo differenziale, pur in progressiva riduzione, rappresenta ancora un elemento di attrattività in un contesto in cui la ricerca di rendimento torna a essere centrale», sottolinea a milanofinanza.it Francesco Megna, responsabile commerciale in banca.
Dal punto di vista operativo, con la tregua in Iran in bilico e lo Stretto di Hormuz ancora chiuso che sostiene i prezzi del petrolio (il future sul Brent viaggia l’8 maggio sopra i 100 dollari al barile rispetto ai 60 di inizio anno) la clientela retail mantiene un approccio graduale. «La liquidità non viene azzerata, ma utilizzata in modo progressivo, spesso attraverso ingressi scaglionati. Questo consente di ridurre il rischio di timing e di sfruttare eventuali ulteriori fasi di debolezza dei prezzi. Il risparmio, quindi, non si ferma, ma viene redistribuito in modo più selettivo», indica Megna.
Un tema centrale resta quello delle minusvalenze. Il calo delle quotazioni ha generato perdite teoriche per chi era già investito in titoli di Stato italiani, «ma nella maggior parte dei casi non si osservano disinvestimenti impulsivi. La consapevolezza che, a scadenza, il capitale venga rimborsato a valore nominale contribuisce a contenere le reazioni emotive», spiega Megna. «Anzi, in alcuni casi, le fasi di ribasso vengono sfruttate per incrementare l’esposizione e migliorare il rendimento medio del portafoglio».
Parallelamente, cresce l’interesse verso strumenti a tasso variabile o con cedole crescenti. Queste soluzioni, spiega l’esperto, rispondono all’esigenza di mantenere flessibilità in uno scenario ancora incerto sui tassi. Il flusso cedolare, soprattutto se periodico, rappresenta un elemento chiave: da un lato sostiene la liquidità, dall’altro offre la possibilità di reinvestimento, aumentando l’efficienza complessiva dell’allocazione.
Il ritorno delle cedole ha anche un impatto concreto sul comportamento della clientela retail. «Le entrate periodiche vengono in parte reinvestite e in parte utilizzate per integrare il reddito, rafforzando il ruolo dei titoli di Stato come strumento di pianificazione finanziaria oltre che di investimento».
Sul fronte dei tassi, il rischio di uno scenario di stagflazione può avere un impatto rilevante sulle politiche monetarie. Il mercato sconta già quasi tre rialzi per la Bce da qui a fine anno, che se implementati avrebbero un impatto negativo per la crescita nel breve e medio termine, avverte Filippo Casagrande, Chief of Investments di Generali Investments. «Per ora la Bce, pur conscia dei rischi inflattivi, è rimasta ferma, ma non si può nascondere un tono già meno accomodante nelle ultime dichiarazioni», aggiunge, notando che il tasso del Bund decennale viaggia poco sopra il 3% (3,016% l’8 maggio), un livello storicamente molto elevato, dato il riprezzamento al rialzo delle aspettative di inflazione. «Non si possono però escludere livelli più elevati in caso di un peggioramento della crisi energetica», prevede Casagrande.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il mercato ha rimosso interamente le precedenti aspettative di tagli dei tassi per il 2026; l’inflazione complessiva ha già sfondato il 3% su base annua, ma per il momento l’inflazione core mostra un trend decrescente, seppur lento. Questo dovrebbe limitare ulteriori pressioni al rialzo sui tassi di mercato, con il tasso del Treasury decennale che già viaggia in area 4,36% e con il 30 anni a ridosso del 5% (4,94%). In questo contesto, «guardiamo con interesse ai bond britannici, con il tasso del Gilt decennale già sopra il 5%, con spread storicamente ampi rispetto a Bund e Treasury Usa», suggerisce il Chief of Investments di Generali Investments che adotta un approccio neutrale sulla duration, ma con una gestione attiva per gestire la volatilità attorno ai livelli attuali dei tassi, che sono storicamente elevati.
Sui Btp, prosegue Casagrande, va tenuto conto come l’Italia sia più sensibile agli shock energetici. Di conseguenza, «nel contesto attuale è difficile rivedere a breve i minimi di spread visti nella prima parte dell’anno. Parimenti, la buona gestione della finanza pubblica negli ultimi anni riduce i rischi di un allargamento sensibile degli spread», sostiene l’esperto che nel comparto governativo favorisce i Gilt britannici, nonché i bond governativi in valuta locale dei Paesi emergenti che offrono tassi reali elevati, come Brasile, Colombia, Messico e Ungheria, «che quindi rimangono per noi un’area interessante di diversificazione, considerando i tassi reali molto elevati offerti dalla regione». (riproduzione riservata)