La lunga marcia delle borse asiatiche continua, con la Cina e il Giappone in testa. Soprattutto dopo il rally dei listini cinesi (solo ad agosto il CSI 300 è balzato del 10% circa, al top degli ultimi tre anni, e lo Shanghai Composite dell’8%, a ridosso del massimo degli ultimi dieci anni), è naturale chiedersi se questo slancio continuerà. Ma l’aumento degli utili, le valutazioni ragionevoli, gli ulteriori stimoli attesi dal governo, la liquidità elevata parcheggiata presso le banche cinesi e i volumi record di scambi (ad agosto 2,2 trilioni di yuan, pari a 309 miliardi di dollari), a conferma dell’intensità di un mercato toro che attira ogni giorno nuovi investitori, sono tutti fattori a favore di un ulteriore exploit. Anche gli hedge fund internazionali hanno riscoperto l’appetito per la Cina: ad agosto hanno fatto incetta di azioni locali come non si vedeva da febbraio, ha osservato Morgan Stanley. Questa volta, però, il bersaglio non è stata Hong Kong, dove a inizio anno l’AI di DeepSeek aveva acceso i riflettori, ma le A-shares, i titoli quotati direttamente nei mercati cinesi.
Non c’è da stupirsi, quindi, se Goldman Sachs ha alzato il target a 12 mesi sull’indice CSI 300 da 4.500 a 4.900 punti, citando valutazioni favorevoli e crescita degli utili nella fascia alta a singola cifra. All’inizio del mese aveva fatto altrettanto Hsbc, prevedendo 4.000 punti per l’indice Shanghai Composite entro fine anno e 4.600 per il CSI 300. Mentre JP Morgan ha stimato un ulteriore potenziale di upside del 24% per il CSI 300 e del 35% per l’Msci China entro la fine del 2026. «Il mercato toro resterà intatto e qualsiasi correzione/consolidamento rappresenterà un’opportunità di acquisto», ha suggerito JP Morgan. «Tuttavia, è importante gestire i rischi dove il posizionamento è particolarmente affollato».
La Cina sta evolvendo verso un ruolo di leader globale nell’innovazione, acquisendo un vantaggio competitivo in settori quali la produzione di veicoli elettrici, la tecnologia green e le infrastrutture per l’intelligenza artificiale, sostenuto da risorse ingenti e allineate con gli obiettivi statali», sottolinea Charu Chanana, market strategist di BG Saxo e Saxo Bank. Cinque, in particolare, i pilastri del vantaggio competitivo di Pechino in materia di innovazione. Primo, i dati: con oltre un miliardo di utenti di telefonia mobile sotto un sistema di governance centralizzato, gli sviluppatori di AI cinesi hanno accesso a uno dei dataset più ampi e integrati al mondo.
Secondo, l’energia: il Dragone ha attivato 10 nuove centrali nucleari lo scorso anno e ne ha altre 10 in fase di sviluppo, fornendo una base energetica stabile e a basse emissioni per la crescita tecnologica ad alta intensità energetica. Terzo, il talento: il 47% dei migliori ricercatori mondiali in AI si trova oggi in Cina, garantendo un ampio bacino di talenti in una delle tecnologie più strategiche del secolo. Quarto, il computing: sebbene i chip prodotti negli Stati Uniti continuino a detenere il primato in termini di prestazioni, le capacità cinesi stanno colmando rapidamente il divario grazie all’innovazione domestica e ad architetture alternative.
Quinto, ma non meno importante, spiega Chanana, un quadro normativo completo sull’intelligenza artificiale, con oltre 250 standard regolatori, garantisce uno sviluppo sicuro, etico e strategicamente allineato alle priorità nazionali. «Da Byd e Nio nei veicoli elettrici, a Hua Hong e Smic nell'hardware AI, fino a giganti del web come Tencent e Alibaba, l’ecosistema innovativo cinese sta rapidamente raggiungendo quello statunitense. Le valutazioni, compresse dalle preoccupazioni normative e geopolitiche», suggerisce lo strategist di Bg Saxo, «rappresentano punti di ingresso per gli investitori disposti ad adottare un approccio selettivo e settoriale».
Il Giappone vive una rivoluzione silenziosa nella governance aziendale. La Borsa di Tokyo ha, infatti, spinto le società quotate a migliorare l’efficienza del capitale, aumentare i rendimenti per gli azionisti e soddisfare standard di trasparenza più elevati. Ciò si è tradotto in dividendi record, programmi di riacquisto di azioni proprie più ampi e un aumento del ritorno sul capitale, trasformando il mercato da una trappola di valore a una storia di crescita favorevole agli azionisti, osserva Chanana.
Il contesto macro aggiunge un ulteriore slancio: la diversificazione delle catene di approvvigionamento globali sta, infatti, riportando la manifattura avanzata in Giappone, specialmente nei semiconduttori e nei componenti per veicoli elettrici. Il recente accordo commerciale con gli Usa ha fissato i dazi sui beni giapponesi, incluse le auto, al 15%, rispetto al 25% minacciato in precedenza. «Questo quadro più favorevole rispetto a quello offerto da molte altre economie potrebbe rafforzare il ruolo del Giappone come partner affidabile per l’Occidente in materia di approvvigionamenti», continua Chanana, citando anche l’aumento della spesa per la difesa, inclusi gli investimenti in aerospazio e cybersicurezza, che alimenta la crescita dei fornitori industriali e della difesa.
«Per gli investitori stranieri, il Giappone offre ampia liquidità e marchi riconosciuti a livello mondiale come Sony, Nintendo e SoftBank, insieme a leader nell'automazione come Keyence e produttori di apparecchiature per semiconduttori come Tokyo Electron. La relativa debolezza dello yen aggiunge un ulteriore livello di attrattività, aumentando i profitti da esportazione e riducendo i costi di ingresso per gli investitori in euro e dollari».
Mentre l’India combina la vastità della base di consumatori cinese con la governance di un sistema democratico e un modello di crescita incentrato sulla tecnologia. La demografia è un fattore trainante, con l’espansione della popolazione in età lavorativa e l'aumento della spesa della classe media indiana per servizi finanziari, viaggi e beni digitali. Tre i temi chiave: l’infrastruttura digitale con il sistema di identificazione digitale nazionale e la rete di pagamenti istantanei che stanno rendendo più veloce ed economico il trasferimento di denaro, alimentando la crescita del fintech.
A questo vanno aggiunti il cambiamento della produzione «China+1», con le aziende che diversificano la produzione verso l’India, aumentando le esportazioni e l’infrastruttura urbana: gli investimenti pubblici e privati in abitazioni, trasporti ed energia generano una domanda pluriennale in diversi settori.«Le aziende indiane quotate a livello internazionale come Infosys, Tata Consultancy Services, Hdfc Bank, Icici Bank, Tata Motors e Dr. Reddy’s Laboratories offrono esposizione nei settori della tecnologia, dei servizi finanziari, dei beni di consumo e della sanità», indica l’esperto.
Se gli Stati Uniti costruiscono le piattaforme per l’intelligenza artificiale, Taiwan e Corea forniscono le componenti che le fanno funzionare. Tsmc domina la produzione di chip avanzati, servendo clienti come Nvidia, Apple e Amd. Mentre in Corea Samsung Electronics e SK Hynix sono leader nei chip di memoria, fondamentali per l'elaborazione dei dati nell'AI. Questi mercati beneficiano anche delle tendenze di reshoring e friend-shoring poiché le economie occidentali cercano catene di approvvigionamento sicure per le infrastrutture tecnologiche critiche.
Integrare l'Asia in un portafoglio centrato su Europa o Stati Uniti può comportare gap dell'indice: l'Msci World assegna solo l’8% all’Asia, mentre l’Asia rappresenta il 40% del pil globale e circa il 60% della crescita mondiale; cicli economici: i driver di crescita dell'Asia (ad esempio, i consumi interni in India, le esportazioni manifatturiere di Taiwan, l'innovazione in Cina) sono meno sincronizzati con i cicli Usa o Ue.
Inoltre, un’esposizione allo yen, allo yuan, alla rupia e al won può aiutare a proteggersi dalla volatilità dell'euro. Senza contare che l'Asia offre ponderazioni elevate nei settori dei semiconduttori, dei veicoli elettrici, della tecnologia green e nei mercati di consumo ad alta crescita, settori sottorappresentati negli indici europei. E punti di ingresso invitanti: molti mercati asiatici sono scambiati con uno sconto rispetto ai loro omologhi statunitensi, offrendo migliori punti di ingresso per un rendimento composto a lungo termine.
Non mancano i rischi legati a politiche e dazi restano significativi: la posizione commerciale degli Stati Uniti può cambiare rapidamente, creando incertezza per gli esportatori asiatici, specialmente nei settori automobilistico, dei semiconduttori e dei beni di consumo. Le tensioni geopolitiche potrebbero intensificarsi: focolai di crisi come lo Stretto di Taiwan, la rivalità tecnologica Usa-Cina e conflitti più ampi potrebbero interrompere i flussi commerciali e di capitali. La divergenza dei tassi di cambio e di interesse aggiunge volatilità: valute come lo yen, lo yuan, la rupia e il won potrebbero subire forti oscillazioni, soprattutto mentre le banche centrali in Asia e nell'Occidente agiscono a ritmi diversi. Poi i rischi regolatori in Cina non sono scomparsi: i cambiamenti politici e normativi in materia di tecnologia, governance dei dati e mercati finanziari possono influenzare le valutazioni e il sentiment degli investitori.
Detto questo, «con le azioni statunitensi sui massimi storici e gli indici europei che faticano a generare nuovo slancio», conclude Chanana, «l’Asia, non una scommessa tattica ma una scelta strategica che offre esposizione a cicli economici non correlati, valute diversificate e settori sottorappresentati nei mercati occidentali, offre un’opportunità di crescita, ma anche un potenziale di diversificazione strutturale». (riproduzione riservata)