Il mercato finanziario europeo sta perpetrando lo stesso errore che si fece al momento della nascita della moneta unica. Allora si permise che aderissero all’euro anche alcuni Paesi di fatto paradisi fiscali, come Irlanda, Lussemburgo e Olanda. Oggi, da quando è salpata Euronext, la super borsa europea nata dalla fusione di sette listini tra cui Milano, Parigi e Amsterdam, la fuga da Piazza affari è incentivata dalle condizioni fiscali e burocratiche nettamente migliori che si possono trovare nel Paese dei tulipani.
Per arginare questo fenomeno e «salvaguardare il mercato unico» dal drastico peggioramento del contesto geopolitico e dalla vulnerabilità delle catene del valore, per usare le parole del presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, servono misure che impediscano il trattamento differenziato di chi vuole investire nel nostro Paese.
Il tema è cruciale per l’integrazione e la tenuta del nostro mercato dei capitali, perché opera di fatto nel Continente più benestante del pianeta dove risiede solo il 7% della popolazione mondiale che però produce il 25% del pil e il 50% delle spese di welfare di tutto il pianeta. Ma l’Ue non gode di quella unicità finanziaria che invece hanno i listini di Nyse e Nasdaq nel mercato borsistico statunitense. Lì c’è una vera borsa federata a prescindere dalle condizioni differenziate dei vari Stati; in Europa, nonostante gli sforzi di fusione, Parigi e Amsterdam vogliono essere il polo d’attrazione più degli altri, quando invece Euronext deve diventare la nostra Wall Street senza propendere per una bandiera.
Il nemico pubblico numero uno è dunque l’assenza dell’Unione Fiscale da questa parte dell’Atlantico, ostacolo alla crescita del mercato individuato dal presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza nella sua relazione annuale così come dagli ospiti autorevoli di MilanoEuropa Capitali, evento organizzato da Milano Finanza e da Class Cnbc. Mai c’è stato un comune sentire più convergente di quello emerso ieri sulla direttrice Roma- Milano.
Da una parte, Rustichelli ha detto esplicitamente che «la concorrenza fiscale sleale tra gli Stati membri continua a essere una forma di sovvenzione indiretta che costituisce uno dei più gravi fattori di distorsione del level playing field e quindi una minaccia a eque condizioni competitive all’interno del mercato unico».
Dall’altra, il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, ospite del nostro forum, ha ricordato come sia fondamentale una «coesione più forte all’interno dell’Unione» per garantire maggiori possibilità di crescita e per far sì che diventi «più facile investire in Italia», riducendo la tassazione sulle quotazioni, le carte bollate e soprattutto rimuovendo gli ostacoli che ancora oggi spingono il 75% dell’enorme risparmio nazionale a riversarsi su strumenti esteri.
I capitali, laddove venga garantito un ambiente competitivo e non distorto e un fisco equo e non sleale dal punto di vista della concorrenza, sono la materia prima di cui l’Italia e l’intera Unione sono più ricche. Farne godere solo alcuni Paesi membri o addirittura alcuni Stati non comunitari è un errore fatale, così come quello di non avere una difesa unica ha messo a rischio qualsiasi frontiera europea da un’aggressione simile a quella russa in Ucraina.
L’evoluzione della globalizzazione dimostra che per problemi complessi esistono solo risposte comuni, le quali riducono il fascino discreto dell’autarchia. (riproduzione riservata)