Preferite bond da brivido o da comfort? Quelli molto piccanti, come le obbligazioni argentine, rendono oltre il 38%. Meglio ancora i titoli di debito di Spirit Airlines, la compagnia aerea low-cost, sede a Miami, che rende il 40%. In entrambi i casi hanno rating in fascia C, in area speculativa o junk (spazzatura), come dicono gli americani, con le società emittenti a rischio di fallimento. Da prendere con le molle e solo per i più audaci.
Sul fronte opposto vi sono Microsoft e Johnson & Johnson, due colossi con raro rating a tripla A, il massimo della solidità nel mondo del credito. I loro bond sul mercato, con scadenza nel 2027, rendono attorno al 4,2%. Il Bpt con simile scadenza, per fare un confronto, restituisce il 3%. I primi sono emessi in dollari, con una Banca centrale, la Fed, che ha alzato i tassi al 5,5%, i secondi in euro e fanno riferimento ad un costo del denaro al 4,5% stabilito dalla Bce. In mezzo, si collocano titoli a medio rischio come l’emissione al 2033 della Romania, espresso in euro, con rendimento del 5,8%.
La prospettiva sul mercato dei bond nel 2024 è piuttosto positiva e di volatilità più contenuta rispetto allo scorso anno, per due ragioni: da un lato Fed e Bce hanno annunciato la chiusura della stagione di rialzo dei tassi, dall’altro l’inflazione conferma i segnali di raffreddamento. Ora i mercati si aspettano un taglio del costo del denaro, forse già ad aprile in Eurozona e quindi i bond sul mercato diventano più appetibili perché caratterizzati da rendimenti più alti. Quelli che verranno collocati in futuro saranno legati a tassi più bassi.
La scelta della Bce di mantenere i tassi invariati all’ultimo meeting del 25 gennaio «ha sortito un effetto positivo sul mercato obbligazionario europeo», interviene Giacomo Alessi, analista obbligazionario di Finint Private Bank, «non tanto per la decisione ampiamente pronosticata ma per le parole da colomba della presidente Lagarde. Nonostante i dati incoraggianti relativi al mercato del lavoro, le stime inflattive future si stanno man mano appiattendo verso lo sperato 2% e anche l’incremento inflattivo stagionale di dicembre è stato meno marcato delle attese». A questo si aggiunga che la previsione della Bce per il 2024 è una crescita del 2,7%, «ma la media pronosticata da diversi macro economisti è al 2,4% e nel corso dell’anno potrebbe scendere ancora. L’impressione è che nella nuova era di digitalizzazione e automatizzazione il mercato del lavoro non sia più il driver principale inflattivo, per cui non è improbabile avere una crescita inflattiva piatta nonostante un tasso di disoccupazione basso», argomenta l’analista. La spinta dei rendimenti degli ultimi anni e la conseguente stretta espansiva delle banche centrali ha sortito come effetto «spread ampi nel mondo obbligazionario con un’offerta di rendimento molto variegata», prosegue Alessi. Che avverte: «non sempre per l’investitore retail la caccia al rendimento è la scelta giusta, poiché si incorre spesso in ristrutturazioni del debito nei casi in cui la differenza tra cedola e rendimento è molto alta, sintomo di un mercato che sconta gli effetti di un degradarsi dei fondamentali di bilancio sul corso secco del titolo».
Il rischio, per esempio, è che il nuovo presidente dell’Argentina, Javier Milei, nonostante l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, effettui una ristrutturazione dei debito espresso in dollari, che oggi sconta non a caso il rischio espresso in un rendimento così elevato (38%).
Sono piuttosto rari i default statali, ricorda l’esperto, per cui soprattutto nel «continente sud-americano ci sono diverse opportunità di investimento ad alto rendimento con cedole a doppia cifra che possono fruttare decisamente molto. Il consiglio, in ogni caso, è di non eccedere nel rischio e contenere la cosiddetta ‘fame di rendimento’ per non incorrere in brutte sorprese sul capitale investito. Il mix di titoli in portafoglio soppesando attentamente il rischio è la chiave per ottimizzare il proprio ritorno», sottolinea Alessi.
Francesco Castelli, responsabile obbligazionario di Banor, ricorda che la tassazione favorevole in Italia sui titoli di Stato (al 12,5%) li rende sempre «particolarmente attraenti». Per diversificare il portafoglio, il gestore consiglia «titoli governativi di altri paesi europei, come Francia e Spagna che, oltre a offrire una diversificazione geografica, sono facilmente accessibili tramite le piattaforme elettroniche utilizzate dalle banche italiane». Il passo successivo nella costruzione di un portafoglio ben diversificato «è l'introduzione di una componente di credito minoritaria in obbligazioni high yield, titoli subordinati bancari e in mercati emergenti, notevolmente più complessi e rischiosi», conclude Castelli.
«Un indebolimento della valuta americana avrebbe quasi certamente come conseguenza un trend opposto sui paesi emergenti, sia in ottica di valute locali che di dati macro nazionali – spiega il team obbligazionario di AcomeA – In questo contesto, quindi, vediamo di buon occhio l’esposizione ai paesi emergenti anche in valuta locale. Il Messico e, con selezione attenta, i paesi latinoamericani sono lontani dai due temi geopolitici di periodo: Cina e Medioriente. Potrebbero giovare di flussi di investimento internazionali. Stiamo, infine, analizzando la situazione turca dopo la normalizzazione della politica monetaria della banca centrale. Servono conferme, ma potrebbe essere un investimento volatile, ma profittevole», concludono gli esperti. (riproduzione riservata)