Domani si tiene l’assemblea annuale di bilancio della Banca d’Italia con le modalità imposte dalla normativa anti-Covid. All’azione di contrasto della pandemia, l’Istituto ha dato il suo contributo, innanzitutto, con la produzione di ricerche, studi e note in materia economico-finanziaria, volti a meglio comprendere gli impatti del Covid-19 e a progettare, sul terreno proprio, la necessaria terapia. Negli ultimi tempi appaiono intensificate le iniziative della Banca sul piano comunicazionale per dare contezza ed evidenza ai crescenti impegni, da ultimo quello per il bonifico istantaneo nonché per una serie di innovazioni riguardanti il servizio di Tesoreria dello Stato. È il modo per far fruire al massimo possibile la collettività del patrimonio ultra secolare di competenze, saperi, specializzazioni di cui l’istituto è possessore. Restano, però, i limiti determinati dalla divisione delle attribuzioni tra Banche centrali nazionali e Bce, in particolare nella Vigilanza bancaria, in aggiunta a quelli originari concernenti la politica monetaria e altre funzioni. In diversi comparti competenze originariamente in totale spettanza di Palazzo Koch si sono trasformate in compartecipazioni alle decisioni adottate dalla Bce e nell’attuazione delle decisioni una volta assunte a livello centrale. Un assetto istituzionale-organizzativo soprattutto in materia di Vigilanza, che appare superare i limiti dell’accentramento che il Trattato Ue stabilisce, trascura altresì i principi di sussidiarietà verticale e di proporzionalità. Alla luce del funzionamento non propriamente esaltante della Vigilanza accentrata nella Bce, l’assetto andrebbe rivisto. Ma si sbaglierebbe se, pur con il lodevole intento di dimostrare la straordinaria capacità di coloro che operano nella ricerca economica, si immaginasse che ormai solo da quel comparto possono derivare i doverosi generalizzati riconoscimenti e si rinunciasse a proporre quelle revisioni e quelle modificazioni nei rapporti tra Banche centrali nazionali e Bce che cominciano ad apparire necessarie anche al di là degli esperti ed osservatori. Insomma, nei decenni che verranno, la Banca d’Italia non diventerà mai un solo grande ente di ricerca, di progettazione e di proposta. Avrà anche questa funzione, con la credibilità acquisita, ma non soltanto. È una riflessione, comunque, che si dovrebbe aprire su questo tema. Negli anni 70 furono costituite delle Commissioni per analizzare l’evoluzione delle funzioni dell’istituto. È un precedente al quale oggi bisognerebbe guardare. Voci ipotizzano che domani il Consiglio superiore dell’istituto, convocato per dopo l’assemblea, possa anche decidere la nomina del vice direttore generale che rimpiazzerà Luigi Federico Signorini, nominato direttore generale, una sostituzione che può essere deliberata sempreché sia stato completato il procedimento di nomina di quest’ultimo, anche con la prescritta registrazione del decreto presidenziale. Se così dovesse essere, allora sarà importante e costituirà un significativo segnale la scelta che, su proposta del governatore Ignazio Visco, sarà compiuta. In un passato non recente si era sempre scelto di avere nel direttorio un altro dirigente proveniente dall’area funzionale della Vigilanza: così accadde, in particolare, per Sarcinelli, Oteri, Desario. Oggi la realtà è mutata anche per quel che si è testé detto. Ma ciò non rende più agevole la selezione da compiere in presenza di personaggi di alto livello e credibilità quale, per esempio, Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento Economia e Statistica. Lo sviluppo ordinato delle carriere, basato sul merito, fu un pilastro dell’azione fortemente riformatrice dell’ordinamento del personale e dell’organizzazione voluta dall’allora governatore Guido Carli. A essa si sono uniformati i governatori successivi espressi dall’interno della Banca. Ancora oggi questo pilastro mantiene una sua decisa validità. (riproduzione riservata)