Da diversi commentatori viene osservato che il primo atto che darà la cifra del governatorato di Fabio Panetta, iniziato ieri con il buon auspicio della festività di Ognissanti, sarà la nomina del vice direttore generale che succederà a Piero Cipollone, nominato membro dell’Esecutivo della Bce.
In effetti, si tratterà di una decisione importante, ma certamente da questa non si potranno desumere linee di condotta relative a scelte e misure di ben più ampio rilievo. Nel tempo, sono state aumentate le figure di vice direttore Generale (vdg). Originariamente, dalla costituzione della Banca fino agli anni settanta del secolo scorso, esisteva un solo grado di vdg. Ancora oggi si ricorda il vdg Tito Canovai, un personaggio di straordinaria levatura intellettuale, che, negli anni dieci del '900, fu audito dal Congresso Usa impegnato nella realizzazione della Federal Reserve e aveva assunto, tra i modelli di riferimento, quello della Banca d’Italia.
Solo con Guido Carli governatore, nei primi anni settanta, fu varata una riforma dello statuto che istituiva la seconda carica di vdg i due alti dirigenti erano Rinaldo Ossola, che poi sarebbe stato nominato direttore generale, e Antonino Occhiuto) e ampliava i compiti delle filiali. È con la cosiddetta legge sulla tutela del risparmio, voluta a fine 2005 come una strampalata reazione contro la Banca, che si passa alla previsione di tre vdg con un mandato, al pari di quello per il governatore e per il direttore generale, di sei anni confermabile per un solo altro sessennio.
Sia per i vice, sia per il dg, la nomina è deliberata dal consiglio superiore, su proposta del governatore, ed è sottoposta all’approvazione con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri: insomma, la nomina dell’organo interno è giuridicamente perfetta; per la sua efficacia, occorre l’approvazione anzidetta che si potrebbe definire un atto semi-presidenziale. La prassi, mai citata, vuole che nell’imminenza della nomina si informi il capo dello Stato e il presidente del consiglio con il ministro dell’Economia, ferma rimanendo l’autonomia della decisione.
La riforma di cui si è detto poggia su di un impianto barocco, per nulla riflettuto allorché la legge fu approvata. Si prevede, in particolare, che il direttorio si componga di cinque personaggi, dal governatore in giù, allineati secondo il principio gerarchico-funzionale. Ma, poi, poiché le decisioni su materie che hanno rilevanza esterna devono essere adottate collegialmente dai cinque, essi vengono a detenere parità di voto, con l’unica eccezione del caso eventuale di parità in cui vige il voto doppio del governatore. Insomma, da un lato gerarchia, dall’altro completa parità nelle decisioni, un modello questo della par condicio al vertice vigente per le diverse authority con un consiglio dei commissari, a loro volta, in totale parità (senza gerarchie) e un presidente effettivo primus inter pares. Accanto ad altre incongruenze della predetta legge, quest'ultima occupa un posto di rilievo.
Tornando alla scelta che Panetta dovrà compiere, rassicura pienamente il fatto che egli è un profondo conoscitore della Banca. Ora è necessario un rafforzamento delle funzioni, sia di quelle esercitate in totale autonomia sia di quelle svolte in concorso pieno o solo limitato con la Bce. Ciò richiederà di incidere su tutte le variabili: strutture organizzative, normative regolatrici, nuove tecnologie e, non certo per ultimi, organici, programmazione delle carriere, assetto meritocratico. Certo, Panetta non comincerà da zero. Accoglie il lavoro del governatorato Visco e non dimentica la grande, ultracentenaria tradizione dell’Istituto. Ma, anche in relazione all’evoluzione in atto, un rafforzamento è necessario. Ci si chiede, per la nomina in questione, se sceglierà chi proviene da un’area funzionale fondamentale con chiara evidenza esterna o guarderà all’area e ai problemi interni.
È chiaro che nel personale in ascesa oggi non vi è alcun potenziale Tito Canovai. E anche per questo i primi sei anni di Panetta saranno cruciali, pure con riferimento al ruolo che sarà svolto negli organi della Bce. È importante che la scelta aggreghi consensi, non divida. Ma è un’esigenza che non può di certo essere insegnata a Panetta, al quale rivolgiamo i migliori auguri di un’opera da svolgere, ovviamente, nell’interesse dell’Istituto, ma strettamente collegato a quello del Paese e alla visione dell’Eurosistema. Un punto fondamentale deve guidare: Banca d'Italia è comproprietaria della Bce in tutti i sensi, mai potrà divenirne la filiale nazionale. (riproduzione riservata)