Banco Bpm potrebbe usare anche la carta dividendi per convincere i soci a resistere all’ops di Unicredit. Una politica di remunerazione più generosa dovrebbe essere uno dei punti chiave nell’aggiornamento del piano industriale previsto entro marzo. Ieri il ceo Giuseppe Castagna ha informato il consiglio di amministrazione sull’andamento dei lavori che dovrebbero concludersi a febbraio dopo la presentazione dei risultati del 2024.
Secondo il consensus di mercato, l’anno dovrebbe essersi chiuso all’insegna della crescita nei principali aggregati, con ricavi stimati a oltre 5,6 miliardi di euro (da 5,34 miliardi del 2023) e un reddito netto a oltre 1,5 miliardi (1,43 miliardi nel 2023).
La riunione di ieri, la prima del nuovo anno, è durata diverse ore, dalla mattinata fino a metà pomeriggio. La scelta del board è stata di andare avanti sulla strada tracciata a fine novembre dopo il lancio dell’ops di Unicredit, cioè la difesa dell’autonomia a fronte di un’offerta che, secondo gli amministratori, non valorizzerebbe il potenziale dell’istituto. Nessuna decisione straordinaria però è stata presa, a partire dalla convocazione dell’assemblea per il rilancio su Anima.
Non c’è solo l’ops di Andrea Orcel: sul tavolo del Banco Bpm c’è anche l’opa che poche settimane prima dell’assalto di Unicredit l’istituto ha lanciato su Anima aprendo la nuova stagione del risiko finanziario.
Dopo il blitz di Unicredit su Piazza Meda il mercato ha subito fiutato un rilancio su Anima, che spingerebbe molti soci della sgr guidata da Alessandro Melzi d’Eril a consegnare le azioni al Banco; questo farebbe alzare la valorizzazione implicita della banca incidendo sui concambi con l’ops di Unicredit. Se ciò si verificasse, per espugnare Piazza Meda Andrea Orcel dovrebbe mettere sul piatto un prezzo più consistente con una componente cash che rischierebbe di intaccare la sua politica di remunerazione per gli azionisti.
Secondo gli analisti il Banco potrebbe alzare il prezzo iniziale offerto per Anima di 6,2 euro (con un premio dell’8,5%) potrebbe crescere a circa 7 euro, sopra l’attuale valore di borsa di 6,69 euro. Anche se i vincoli della passivity rule impongono di sottoporre la decisione al voto di un’assemblea, per la delibera potrebbe bastare l’assise ordinaria e non quella straordinaria (dove il quorum è invece del 66%). Lo avrebbero confermato alcuni pareri legali chiesti nelle scorse settimane proprio dal vertice di piazza Meda.
La cartuccia del rilancio però non è stata ancora sparata. Perché? All’appello manca il via libera della Bce su un aspetto fondamentale dell’operazione Banco-Anima: il riconoscimento dei benefici patrimoniali del Danish Compromise. Sul tema Francoforte ha chiesto chiarimenti all’Eba, l’autorità bancaria europea, alla luce di alcuni dubbi interpretativi circa il fatto che il beneficio patrimoniale sia estendibile anche alle acquisizioni portate avanti da controllate assicurative delle banche.
Un precedente c’è già: la vendita di Axa Investment Managers a Bnp Paribas per 5,1 miliardi di euro. Su quell’operazione non è stata avanzata alcuna riserva dalle authority europee. In Piazza Meda c’è insomma fiducia che la luce verde di Francoforte possa arrivare entro febbraio.
Un’opinione condivisa anche dagli analisti di Equita: «Ad oggi non emergono elementi concreti» che facciano pensare all’inapplicabilità del Danish Compromise. Nella formulazione attuale dell’offerta «l’impatto a capitale dall’acquisizione sarebbe molto limitato (circa 30 punti base)», continua l’analisi di Equita, «rendendo l’operazione particolarmente attraente dal punto di vista finanziario, oltre che sotto il profilo industriale. In assenza del Danish Compromise, invece, l’impatto sul capitale di Banco Bpm sarebbe significativamente più elevato e che stimiamo in area 250 punti base», conclude Equita. L’attesa del via libera di Bce potrebbe però rallentare l’iter dell’eventuale rilancio, perché non consentirebbe di calcolare con precisione gli effetti patrimoniali del nuovo prezzo di offerta. (riproduzione riservata)