Con la conquista di Mediobanca da parte di Montepaschi il risiko bancario italiano ha conosciuto una fisiologica pausa. Ma per analisti e consulenti le grandi manovre non sono concluse. Sono carsicamente in corso con tanto di advisor che studiano i progetti di fattibilità e come aggirare i potenziali ostacoli. L’ex terzo istituto del Paese, ossia Banco Bpm, rimane al centro della scacchiera, nel radar di tre possibili pretendenti: Crédit Agricole, Mps e - sullo sfondo - Unicredit.
La svolta è arrivata a luglio, quando Piazza Gae Aulenti ha deciso di ritirare l’ops da 10,1 miliardi lanciata a fine 2024. Con la fine del regime di passivity rule il ceo Giuseppe Castagna ha riacquistato subito margine di manovra. E non ha perso tempo. Il banchiere ha dichiarato subito le sue preferenze per due potenziali operazioni alla pari: una con Agricole Italia e l’altra con Mps.
Ma Unicredit, impegnato ora in Germania su Commerzbank, resta sempre una minaccia per Castagna. Salgono insomma le chance per un’altra grande operazione di consolidamento, anche perché il clima nel sistema bancario sta cambiando. Dopo due anni di corsa dei titoli e di utili spinti dai tassi elevati, le prospettive per il 2026 si fanno più incerte. La redditività tenderà a normalizzarsi e la crescita tornerà a dipendere dalle sinergie e dalle economie di scala. È in questo scenario che la tentazione di un nuovo ciclo di aggregazioni torna a farsi sentire.
La via più semplice in termini finanziari e industriali è quella transalpina. Già nel 2021 Castagna aveva avviato discussioni per un matrimonio che prevedeva il conferimento delle attività italiane di Crédit Agricole in cambio di azioni. Il progetto però si arenò e pochi mesi dopo la banca francese scelse una strategia più graduale: nell’aprile 2022 entrò nel capitale del Banco con il 9,18% per poi salire fino all’attuale 20,1% (quota parzialmente composta da derivati che saranno convertiti in equity dopo l’ok Bce).
Da allora il rapporto tra Milano e Parigi si è consolidato su più fronti: dal credito al consumo (tramite Agos Ducato) alle assicurazioni danni, con partnership dedicate. Sul piano finanziario l’operazione si è rivelata redditizia per Parigi: in tre anni Crédit Agricole ha incassato dividendi per quasi 400 milioni di euro dal suo investimento.
A luglio Castagna ha rimesso sul tavolo la proposta: acquistare il 75% di Crédit Agricole Italia per 5-6 miliardi pagando con un mix di contanti, azioni della capogruppo e partecipazioni in Agos Ducato e Anima. Parigi è in ascolto ma non ha ancora dato un segnale chiaro. E anche il governo resta alla finestra: «Palazzo Chigi è attendista», confida un banker vicino al dossier, lasciando intendere che l’esecutivo si esprimerà solo dopo aver visto il piano definitivo. Sarebbe comunque bizzarro, fanno notare in molti, se lo stesso comitato golden power che in primavera ha bloccato l’ops di Unicredit autorizzasse ora l’aggregazione di Bpm con una banca francese.
Anche perché lo schema finale, seppur di fronte a un nocciolo duro di azionisti italiani composto da casse previdenziali e fondazioni bancarie, vedrebbe la preponderanza di soci transalpini nel capitale del nuovo gruppo. Forse proprio prevedendo levate di scudi - si mormora - Parigi ha affidato il dossier a Rothschild, banca d’affari vicina al governo e già al fianco di ChemChina nella delicata negoziazione con Pirelli sulla governance.
Nei corridoi di Piazza Meda si continua comunque a lavorare a ritmo intenso. Il team di Castagna affiancato dagli advisor Lazard e Citi sta effettuando un’analisi preliminare dell’operazione, focalizzandosi in questa fase soprattutto sulle prospettive industriali del nuovo gruppo italo-francese.
Nel frattempo ad aprile si voterà per il rinnovo del cda del Banco. Le nuove regole del Tuf, approvate nel 2024, rafforzano i diritti delle minoranze e complicano la possibilità di presentare una lista del cda. Proprio negli ultimi giorni, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, la banca avrebbe incaricato i professori Umberto Tombari e Andrea Sacco Ginevri di realizzare uno studio di fattibilità per decidere come muoversi. Si mormora però che Crédit Agricole, con il suo 20% destinato a crescere fino al 25% (o fino al 30% se la soglia d'opa venisse nel frattempo alzata), stia valutando di presentare una lista autonoma.
Parigi avrebbe i numeri per puntare alla maggioranza del board ma per evitare tensioni istituzionali preferirebbe optare per una lista corta, indicando così tre consiglieri. Sul fronte opposto le fondazioni e le casse di previdenza italiane - oggi alleate in un patto che detiene il 6,5% del Banco e in cui presto potrebbe entrare anche Enasarco - starebbero ragionando su una lista propria. Un’altra opzione è una rosa unica presentata da un solo socio, in cui italiani e francesi si spartiscano le poltrone: l’attuale ceo resterebbe alla guida operativa mentre la presidenza passerebbe a un rappresentante d’Oltralpe. Il rinnovo del board sarà insomma un passaggio decisivo non solo per l’equilibrio interno ma anche per capire quale spirito prevarrà, se una contrapposizione tra Milano e Parigi o una convergenza.
Da Parigi a Rocca Salimbeni: sul tavolo c’è anche l’opzione Mps. Il 5% comprato dal Tesoro lo scorso novembre ha reso Banco Bpm un partner naturale per Siena. L’offerta ostile di Unicredit e poi la successiva scalata di Mps a Mediobanca hanno rimandato una fusione ma non l’hanno esclusa del tutto. Anzi, adottando la strategia dei due forni, Castagna tiene aperto il dossier senese e punterebbe a discuterlo alla pari con la sua controparte Luigi Lovaglio. Per raggiungere questo obiettivo (e provare a garantirsi un futuro ancora al vertice) un rafforzamento della massa critica di Piazza Meda sarà un tassello fondamentale. Ecco perché, suggeriscono alcune ricostruzioni, il ceo starebbe considerando sia un’aggregazione con Agricole Italia che operazioni più selettive, come l’acquisto della Cassa di Risparmio di Asti.
L’operazione avrebbe una logica industriale solida: le due banche hanno una presenza territoriale complementare e condividono il legame con Anima, fornitore principale dei prodotti di risparmio gestito. Lovaglio peraltro ha già lasciato intendere che, completata l’integrazione di Mediobanca, Siena andrà alla ricerca di nuove tessere per completare il mosaico del terzo polo bancario. Le casse previdenziali, Caltagirone e Delfin sanno che potrebbero giocare un ruolo di cerniera e di stabilizzatori dell’eventuale nuovo grande gruppo che avrebbe in pancia anche il 13% delle Generali.
Tuttavia l’integrazione di Piazzetta Cuccia impegnerà Rocca Salimbeni almeno per tutto il 2026 rendendo difficile immaginare un’ulteriore operazione straordinaria in tempi brevi. Restano inoltre incognite politiche e di governance: non è scontato che gli azionisti privati e pubblici di Mps approvino un’aggregazione nelle forme che Castagna ha in mente e l’esito del progetto rimane quindi incerto. Insomma, wait and see.
Sul fondo c’è sempre Andrea Orcel. Dopo il ritiro dell’ops, il numero uno di Unicredit non ha mai chiuso la porta a un nuovo blitz. Tutto dipenderà dal destino del golden power. Bruxelles ha aperto un’istruttoria non solo sulle prescrizioni imposte dal governo italiano a Unicredit, ma sull’intero impianto dei poteri speciali. Se la Dg Comp dell’Unione Europea accertasse una violazione del regolamento sulle concentrazioni, si prospetterebbe una sanzione contro l'Italia. Allo stesso esito potrebbe arrivare anche la Dg Servizi Finanziari, che si era mossa ancora prima dell’Antitrust europeo avviando la procedura Eu Pilot sul governo italiano lo scorso 1° aprile.
Con un golden power spuntato Orcel potrebbe tentare un nuovo blitz su Piazza Meda per almeno due buone ragioni. Da un lato, dopo le generose politiche di remunerazione degli anni scorsi oggi per Unicredit l'acquisto di azioni proprie è sempre meno conveniente, visto che il ritorno sul capitale allocato dai buyback tende a essere inferiore rispetto al rendimento atteso del capitale; avrebbe quindi sempre più senso destinare parte dei 10 miliardi di capitale in eccesso a un’acquisizione.
Dall’altro lato, oggi in Banco Bpm l’istituto di piazza Gae Aulenti potrebbe farsi interprete della difesa dell’italianità di fronte all’avanzata francese, cavalcando gli umori sovranisti del governo. È lo scenario che Castagna teme di più e contro cui si sta muovendo con determinazione cercando di portare avanti le alternative più gestibili: la strada francese o quella senese.
E mentre intorno a Piazza Meda le grandi manovre del risiko continuano, gli azionisti hanno di che essere soddisfatti: a differenza di molti titoli bancari in fase di correzione, in borsa Banco Bpm ha guadagnato il 18,2% dal ritiro dell’offerta di Unicredit e mostra ancora segnali di crescita. Il rally riflette sia l’appeal speculativo legato alle operazioni di m&a sia una solida crescita organica del gruppo, che a sua volta mantiene alto l’interesse e l’appetito dei competitor. (riproduzione riservata)